    
|
Tutti i colori della solidarietà
Tanta gente, proveniente da diverse parti d'Italia ha partecipato alla manifestazione di sabato 4 ottobre, in solidarietà con gli immigrati in Italia. Tanti colori. Tante danze, tanti striscioni arcobaleno. A significare la ricchezza e la vivacità di esperienze e di culture che il fenomeno dell'immigrazione ha regalato al nostro paese. Obiettivo della è stato ancora una volta dire un no secco alla legge Bossi - Fini. Una legge che contraddice ogni civiltà giuridica e che rende gli stranieri presenti nel nostro territorio dei cittadini di seconda serie. Diciotto mesi di media a Roma per ottenere il permesso di soggiorno. Decine di migliaia di persone costrette dalla mancanza del rinnovo a non potersi muovere, a non poter ritornare nel proprio paese per trovare i loro parenti. Sempre alla mercé delle forze dell'ordine, con il terrore di controlli. Poi la vera e propria ossessione di chi, avendo perdutoli lavoro, rischia, se non ne trova un altro entro sei mesi, di perdere il diritto di soggiorno.
E ancora i centri di detenzione temporanea che sono, fatto, una sorta di carcere in cui i cosiddetti clandestini vengono rinchiusi, attesa, una volta espletate tutte le formalità necessarie, di essere respinti in patria. Un figura giuridica, inventata ad hoc per gli immigrati e che li rende, nei fatti, persone con meno diritti degli altri. E, infine, l'impossibilità concreta di entrare in Italia regolarmente (anche se l'Italia di immigrati continua ad avere estrema necessità) che spinge tanti disperati a partire sulle carrette del mare, ance con il pericolo di finire a fondo nel mare. Il Mediterraneo è divenuto in questi anni una tomba a cielo aperto dove giacciono i corpi e le speranze di tante persone che hanno avuto l'unico torto di coltivare il sogno di una vita migliore. L'immigrazione, tutti lo sanno, rappresenta non un fatto congiunturale, bensì strutturale del nostro tempo. Il mondo sempre più diventa villaggio e le frontiere divengono sempre meno importanti. Non hanno frontiere i mezzi di comunicazione.
Non hanno frontiere i capitali. Non hanno frontiere le multinazionali che sono diventate vere e proprie istituzioni politiche che regolano il fenomeno della globalizzazione. Non hanno frontiere le guerre imposte dal mondo cosiddetto democratico in nome di diritti che si vorrebbero rispettati altrove ma che non si è disposti a rispettare a casa propria. La guerra preventiva sta divenendo una condizione in cui, lo vogliano o no, tutti i popoli del mondo sono costretti a convivere. Le uniche vere frontiere cje restano sono quelle che impediscono alle persone di spostarsi, di sentirsi cittadine del mondo. In Italia, in più, scontiamo l'impreparazione culturale e una sorta di provincialismo arrogante che pretende di avere il monopolio della civiltà e che vede gli altri, i diversi, di qualsiasi diversità siano portatori, come barbari. Ne emerge un miscuglio di comportamenti contraddittori.
Da una parte la tradizione religiosa porta alla solidarietà. Dall'altra la paura spinge all'intolleranza. Ciò che meraviglia è che il mondo della politica (purtroppo anche nella sinistra) non sia capace di comprendere che siamo ad un trapasso di civiltà. Se vogliamo davvero rispondere alle sfide che il tempo ci pone, siamo costretti a fare i conti con gli altri e a capire che ormai il luogo dei diritti è ovunque. Anche in quella che torto riteniamo casa nostra. Siamo cittadini del mondo. La manifestazione di sabato scorso ci ha detto ancora una volta che è tempo di rinnovare cuore, cervello e istituzioni. Trovandole strade politiche per far perdere consenso ad una destra che nel nostro paese, contraddicendo ogni principio liberale e cui dice di ispirarsi, ritiene e tratta i cittadini che provengono da altri paesi, soprattutto se sono diversi da noi per cultura e religione, come un pericolo da cui guardarsi e non come una ricchezza e una opportunità da valorizzare. Pare tuttavia che la strada sia lunga. E' troppa la paura di perdere i nostri privilegi. E questa paura ci acceca. Fino a farci arrivare a pensare che sia possibile fermare la venuta di immigrati nel nostro paese, finanziando centri di raccolta e permanenza all'estero. I campi di concentramento restano tali, da qualsiasi parte si costruiscano.
|