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Sudan, una scommessa di pace

da "Il Mattino", 19 novembre 2004

Nuovi segnali di pace in Sudan. Due giorni fa a Nairobi le parti in conflitto nella oltre ventennale guerra tra il Nord musulmano e il sud animista e cristiano hanno accettato di firmare un memorandum in cui si impegnano a raggiungere la piena pacificazione entro dicembre. L'accordo è, in linea di massima lo stesso già sottoscritto sempre a Nairobi, nell'ambito delle trattative promosse dall'IGAD (Inter-Governative Autority on Development), l'organizzazione sub-regionale degli stati del Corno d'Africa.

Ma, a renderlo più cogente, l'altro ieri a Nairobi è intervenuto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sotto la presidenza dello stesso Segretario generale, Kofi Annan. Erano 14 anni che il Consiglio di Sicurezza non si riuniva fuori dalla sua Sede di New York, a significare quanto sia ritenuta importante questa pace a livello internazionale. "Ormai - ha commentato prima dell'incontro di Nairobi il Presidente del Consiglio di sicurezza, John Danforth - questa situazione si è protratta troppo a lungo, per ragioni incomprensibili. Le parti in conflitto, ha dichiarato lo stesso Danforth alla "France press", "se lo vogliono, avranno almeno per un certo periodo l'attenzione della comunità internazionale". Un messaggio chiaro e cinico nello stesso tempo. Come a dire che il conflitto in Sudan ha assunto rilevanza strategica. Prima no. Nonostante le migliaia di vittime. Le guerre, purtroppo, non hanno tutte la medesima importanza. Il Sudan produce circa 300,000 barili di petrolio al giorno, una cifra che, secondo le previsioni, salirà a 500,000 nel 2005.

Secondo il Dipartimento dell'Energia degli Stati Untiti, nel sud del Sudan, la roccaforte dei ribelli, ci sarebbero riserve di petrolio ammontanti ad almeno 563 milioni di barili. Gli Stati Uniti intendono incominciare la trivellazione del suolo una volta firmato l'accordo di pace. In questo contesto sono previsti nei prossimi anni cospicui aiuti e l'invio di un contingente di 10.000 uomini per mantenere la pace. Sta quindi nei pozzi di petrolio il motivo della fretta con cui si vuole concludere questa pace, anche se molti problemi restano ancora aperti. Come il dramma del Darfur, che in questi accordi di pace è stato ignorato. Infatti non si fa nessun riferimento alle precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza in cui si minacciavano sanzioni contro Kartoum se non si fosse risolta in fretta questa tragedia. Sono stati, secondo fonti vicine alle Nazioni Unite, Cina, Pakistan, Algeria e Russia ad impedire le sanzioni per propri interessi economici nel paese.

Human Right Watch accusa: "Il governo continua ad usare elicotteri da guerra contro i civili e neppure gli attacchi e il dislocamento forzato dei cittadini sono terminati". Dal canto suo Carolien Nursey, portavoce dell'agenzia umanitaria britannica Oxfam ha dichiarato: "Da New York a Nairobi una serie di deboli risoluzioni sul Darfur non ha condotto da nessuna parte. Abbiamo bisogno che il Consiglio agisca subito. Basta con il chiacchiericcio diplomatico". Un memorandum contraddittorio, dunque. Con dimenticanze ed omissioni che rendono particolarmente fragile la "pace di Nairobi". Ma pur sempre di un inizio di pace si tratta e, in quanto tale, occorre salutarla. Anche come un punto di partenza per riuscire ad arrivare ad una piena pacificazione della regione.
Certo, forse il più resta da fare. Ma, abituati come siamo alle "guerre del petrolio", forse non sbagliamo a sentirci un po' più sollevati nel momento in cui lo stesso petrolio diventa il motivo per far cessare una guerra che continua da oltre vent'anni.