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Segni dei tempi
da "Mani Tese"
E' ormai lontano il giorno in cui a Chernobyl scoppiò la centrale nucleare, che servì a segnare una svolta nella coscienza del mondo. "Quel giorno - ebbe modo di scrivere in una mirabile lettera pastorale il Vescovo di Udine, Mons. Battisti - fu un segno dei tempi, in cui fu chiaro che i cieli non hanno confini. Per questo dobbiamo togliere i confini anche dalla terra". Forse quel giorno capimmo che il mondo era indiviso e che, nonostante barriere doganali, confini statali e "muridiberlino" l'umanita' aveva una sfida in comune: costruire una casa unica per tutti.
Villaggio globale
Lo vogliamo o no, siamo in una unica barca: la barca del mondo. Aveva cominciato McLuhan a dirci che il nostro pianeta, questa palla che viaggia nell'universo e che a noi pareva tanto grande, in fondo era soltanto un villaggio. Un Villaggio Globale reso ancora piu' piccolo dai sistemi di comunicazione che ci permettono di vivere in diretta fatti ed eventi che capitano anche lontani. Popoli, terre, costumi, modi di intendere la vita fino a ieri irraggiungibili si avvicinano talmente da entrare nella piazza del Villaggio. Eppure non sono passati ancora molti anni da quando erano partiti gli esploratori che avevano raccontato di terre lontane, impossibili da raggiungere, con popoli completamente diversi da noi: non sono lontani gli anni in cui esploratori e missionari partivano spesso pensando che non avrebbero piu' visto la loro terra, il loro paese. Che strano questo mondo, dove da una parte i mezzi della scienza e della tecnica rischiano continuamente di estraniare l'uomo da se' stesso, ma dove -nello stesso tempo- avvicinano l'uomo all'uomo, rendono vicino il lontano.
Pace fredda
Era pur vero che, grazie a Chernobyl, "i cieli si erano manifestati senza confini", ma contemporaneamente la Terra continuava ad essere piena di confini piccoli e grandi, fino ad arrivare al l'ultimo, estremo confine: il Muro. L'Europa era divisa da un muro che, dividendo una citta', divideva simbolicamente il mondo. E, paradossalmente, noi che non potevamo mangiare l'insalata a causa di Chernobyl, eravamo dall'altra parte della barricata, a fianco della centrale che aveva infettato i nostri ortacei. La nube di Chernobyl non solo aveva superato i confini politici ed economici, aveva passato anche il muro sorvegliato a vista da poliziotti armati, pronti a sparare di fronte ad ogni infrazione contro la divisione in blocchi contrapposti. Il mondo, unito dal cielo, restava diviso sulla terra: diviso nell'economia, diviso negli ideali, diviso nella visione della vita e nei progetti per il futuro, diviso nelle strategie. Diviso in tutto. Una sorta di visione manichea attraversava la storia, tanto che per i responsabili di ogni parte, quelli "che stavano di la'" non solo erano "Altri", ma erano anche "reprobi". Lo aveva espresso molto bene Ronald Reagan, definendo l'Unione Sovietica "impero del male". Ma in questa situazione di divisione esisteva un paradosso, perche' in fondo era su questa divisione che il mondo reggeva se' stesso. Tutto era chiaro e comprensibile alla luce di questa frattura, che permetteva l'esistenza di una sorta di accordo spartitorio tra le due grandi potenze di fronte all'avanzare di crisi locale, ivi compresa una corsa continua al riarmo che permetteva a USA e URSS di avere l'una paura dell'altra e che assicurava, quindi, la "pace fredda" basata sul terrore. Una logica che Giovanni Paolo II defini' con un termine coraggioso "guerre per procura", che devastavano il Sud del mondo.
Ideali in frantumi
Insomma, alla base della coesistenza c'era la divisione. Ma quella notte a Berlino il Muro crollo'. E' inutile domandarsi se sia il comunismo ad essere stato sconfitto o piuttosto se sia stato il capitalismo a vincere. Qualcuno ha detto "Deus vicit", mentre qualcuno ha risposto "Mammona vicit". Una cosa comunque e' certa: dietro la caduta del Muro di Berlino non sta soltanto la vittoria del capitalismo e dell'economia di mercato, sta innanzitutto la vittoria dell'ansia di liberta' dei popoli che vivevano nel campo socialista e l'esplosione delle contraddizioni ingovernabili di quel mondo. Inoltre, ci sta anche la forza intrinseca del sistema capitalistico, capace di accumulare ricchezza e -quindi- di strangolare l'avversario: qualcuno ha detto che a far cadere i regimi comunisti dell'Est sia stato l'impulso dato dal Presidente Reagan alla corsa agli armamenti, che ha strozzato l'economia sovietica incapace di stare allo stesso passo. Certo e' che nella guerra senza esclusione di colpi che le due superpotenze hanno combattuto, sul campo non sono state lasciate solo le rovine di un impero decadente bensi' anche i cocci di tanti ideali che avevano caratterizzato il sogno comunista.
Nord - Sud
In piu', la fine della Guerra Fredda ha lasciato un mondo "zoppo", non piu' regolato da quella specie di governo supernazionale rappresentato dal confronto tra le due superpotenze. Forse e' stato questo il motivo che ha fatto gridare alla "fine della storia": pareva infatti che venuto meno il bipolarismo sarebbe sparita la dialettica, e quindi la storia. Tutto ormai rischiava di divenire talmente pacifico da rischiare l'ovvieta': i fatti sarebbero stati cosi' "pacifici" da non essere piu' eventi, da non essere piu' parte della storia. Ma questa visione dimenticava un "piccolo dettaglio": ovvero che la sparizione della contrapposizione orizzontale Est-Ovest metteva sempre piu' in evidenza la spaccatura verticale del mondo, quella Nord-Sud, la cui esistenza era stata denunciata da molti profeti inascoltati. Lo aveva ripetuto per tanto tempo anche il cartello dei Paesi Non Allineati, ma tutta l'attenzione era rivolta alla diatriba Mosca-Washington. D'improvviso -pero'- prese quota l'idea che troppo spesso le guerre nel Sud del mondo non erano guerre interne a quei paesi, bensi' erano soltanto il luogo concreto dove si svolgeva la Grande Lotta che gli elefanti non potevano combattere nel loro territorio.
Unipolarità
I fautori della "fine della storia" non avevano compreso che la dialettica non era finita: anzi, forse si sarebbe manifestata in forme ancora piu' aspre e violenti a partire dalla grande divisione tra Nord e Sud del mondo. Ci pensa Saddam Hussein a dare fuoco alle polveri: il 2 agosto 1990 invade il Kuwait e provoca una crisi che conduce praticamente allo scoppio di una nuova guerra mondiale. Senza voler analizzare i fatti relativi a quella che e' passata alla storia come "Guerra del Golfo", bisogna tuttavia mettere in evidenza alcuni problemi che quel conflitto pone all'ordine del giorno del mondo dopo la caduta del Muro di Berlino. Innanzittutto, finito il periodo dell'equilibrio del terrore in cui le due superpotenze fungevano da regolatrici delle tensioni del mondo, si sente in maniera acuta la necessita' di istituzioni internazionali capaci di anticipare, regolare e anche reprimere -laddove serve- le crisi regionali. E' ormai assodato che la Guerra del Golfo ha rappresentato anche un forte momento di scontro tra l'egemonia degli Stati Uniti da una parte e dell'ONU dall'altra: ma vinsero gli Stati Uniti, e da quel giorno le Nazioni Unite non sono piu' state capaci di rialzarsi. Lo dimostra lo svolgimento delle elezioni del Segretario Generale ONU, dove il veto posto al rinnovo dell'incarico a Boutros- Boutros Ghali da parte degli USA rappresenta solo l'ultima tappa in ordine di tempo di questa schermaglia, vinta ancora una volta da Washington. Tanto che Bill Clinton ha imposto il suo uomo, il ghanese Kofih Hannan.
Paesi inutili
La "Guerra del Golfo" consacra inoltre la politica dei "due pesi, due misure", che altro non manifesta che la divisioni del mondo in "zone utili" e "zone inutili", in una sorta di classifica che mette i valori del mercato e del capitale come gli unici esistenti nei rapporti internazionali. Non si dimentichi che la caduta del Muro di Berlino, oltre che la sconfitta del socialismo, e' stata anche la vittoria del capitalismo. E' sintomatico in proposito quanto sta accadendo rispetto alla crisi dei Grandi Laghi, dove non e' mai partita la "Forza Multinazionale" in favore dei profughi che l'ONU aveva comunque votato. Si disse ai tempi di Saddam che se il Kuwait avesse prodotto cavoli invece che petrolio non ci sarebbe stata nessuna guerra nel Golfo: chissa', se in Zaire ci fosse stato petrolio forse la "Forza ONU" avrebbe fatto il suo lavoro... Nasce cosi' un mondo a macchie di leopardo con interi popoli e regioni ritenuti assolutamente inutili, di cui nessuno si cura.
Nuova agenda
Questa nuova situazione internazionale pone il luce il ruolo destabilizzante della disuguaglianza nel mondo: in un pianeta diventato sempre piu' piccolo e che sta conoscendo un certo risveglio politico, la disuguaglianza sta producendo effetti esplosivi. Scrive in proposito Brzezinski, gia' Consigliere per la Sicurezza dell'ex-Presidente USA Jimmy Carter: "La diffusione della consapevolezza politica stimola un rifiuto sempre piu' generale della disuguaglianza. Per qualche breve tempo, il rifiuto potra' essere non strutturato, espresso piu' tramite il risentimento che attraverso un'azione organizzata: ma e' quasi certo che se questa situazione di disuguaglianza permane, si fara' rumorosamente sentire la grande maggioranza dell'umanita', sempre piu' cosciente e rabbiosa di fronte ai privilegi della minoranza ricca ed edonista. Di conseguenza, la disuguaglianza mondiale e' destinata a diventare uno dei temi fondamentali della politica del Ventunesimo Secolo" . Se la caduta del Muro di Berlino ha fatto trionfare la democrazia basata sul libero mercato, rendendola l'unica prospettiva possibile, si pone il problema molto forte della praticabilita' di questa democrazia a livello internazionale. La democrazia occidentale pare infatti sempre piu' una conquista possibile solo per pochi privilegiati: "La liberta' formale, senza una liberta' sostanziale dai bisogni elementari, non puo' essere sufficiente. E l'edonismo culturale dell'occidente non e' tanto la prova della superiorita' del libero mercato quanto la conseguenza di una piu' diffusa disuguaglianza nel mondo. Dunque, la vittoria della democrazia americana nel conflitto ideologico mondiale e' il trionfo della disuguaglianza, e non l'affermarsi dell'ideale democratico universale in se'. Certamente il contenuto ideologico della vittoria e' innegabile, ma la sua portata mondiale e', dal punto di vista filosofico, superficiale".
Ecologia ed eserciti
I nuovi "equilibri" mondiali mettono in rilievo anche l'impraticabilita' ecologica del modello vincente. Scrive Leonardo Boff: "Per l'economia della crescita, la natura e' degradata a semplice complesso di risorse naturali o a materia prima a disposizione dell'Uomo: i lavoratori sono visti come risorse umane in funzione della produzione. E' una visione strumentale e meccanicistica; persone, animali, piante, minerali, tutti gli esseri, insomma, perdono la loro relativa autonomia e il loro valore intrinseco. Sono ridotti a semplici mezzi. In questo paradigma, il rapporto tra Uomo e Natura e' di guerra continua. E c'e' poi da rilevare anche un processo assolutamente nuovo e preoccupante, ovvero la riconversione degli eserciti in funzione della sicurezza economica dei paesi ricchi e di difesa dalle legittime richieste dei poveri. Nasce da questo approccio egoistico la ricerca di un "nuovo modello di difesa", anche in Italia. Se prima la difesa era organizzata nei confronti dell'altro blocco ideologico, oggi si struttura come difesa dall'altro "blocco economico e sociale". Non per niente anche il nuovo modello di difesa italiana prevede come scopo dell'esercito "la difesa degli interessi nazionali, in qualsiasi luogo essi siano messi in pericolo, anche fuori dai confini nazionali".
Economia - guerra
Nasce su queste contraddizioni il mondo "dopo Berlino". E porta con se', inevitabilmente, delle conseguenze che toccano direttamente la vita e la storia delle persone. A differenza di quanto immaginavano i fautori della "fine della storia", sulle ceneri della Grande Divisione sono nate tante nuove fratture, piccole e grandi. Si radicalizza il divario Nord-Sud del pianeta, tra la ricchezza spropositata e il consumismo da una parte e la poverta' scandalosa e l'abbandono dall'altra. Una frattura che un po' alla volta assume contorni anche antropologici. E cominciano a crearsi divisioni persino all'interno del mondo ricco, del mondo trainante. Se ieri i nemici erano Stati Uniti e Unione Sovietica per motivi ideologici, oggi i nemici per motivi economici sono Stati Uniti, Europa e Giappone, che non agiscono certo come "alleati" durante la conquista dei mercati o la promozione della competitivita' dei loro sistemi. L'economia si trasforma in guerra e, quindi, in continua emergenza. E' singolare -ad esempio- accorgersi che cresce la ricchezza ma i sistemi economici sono perennemente in crisi. Cio' perche' occorre tenere sempre alta la tensione economica e commerciale, proprio perche' non ci si puo' permettere alcuna distrazione. Si e' sempre "in faccia al nemico". E in questo contesto cambia persino la struttura della societa', l'impostazione della scala di valori proposta alla comunita' umana.
Nuova società
Si puo' dire che il mondo cosi' come si sta ristrutturando dopo la caduta del Muro rappresenta una nuova "Weltanschauung", una nuova visione della vita. Nasce una nuova morale non figlia della societa' divisa ideologicamente, ma del mondo diviso economicamente. Nasce una nuova visione della politica, intesa non piu' come il luogo in cui si fa la guerra con altri mezzi secondo la famosa espressione di Von Clausewitz, ma piuttosto come il mezzo con cui spianare la strada e il campo alla possibilita' di competitivita' economica del sistema. Per questo la politica cessa la sua primazia passando da regolatrice dell'economia a garante della "deregulation". Nasce, in poche parole, una sorta di civilta' nuova che assume l'economia-guerra quale regolatrice della storia. Si propone, infine, anche l'Uomo Nuovo: nasce l'Homo Economicus, inteso come Uomo in concorrenza. L'Altro, qualsiasi Altro e soprattutto chi fa parte del proprio gruppo sociale, diviene un Nemico, uno da cui guardarsi. Se le grandi lotte operaie di questi decenni sono state il luogo di affrancamento del mondo del lavoro che si dava un'identita' politica, se la solidarieta' e l'organizzazione sono stati vincenti perche' hanno permesso alla gente di migliorare le sue ocndizioni di vita, oggi essi diventano impedimenti alla realizzazione squisitamente personale. Se prima "i proletari di tutto il mondo dovevano unirsi", oggi devono dividersi e mettersi in concorrenza uno contro l'altro. Chi e' piu' forte, piu' e' fortunato, chi ha piu' lena, vince. E si sa, vince sempre il migliore.
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