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Mettiamo il caso

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...che la manovra economica
Quello del bilancio è un problema per tutti i governi. Soprattutto per quello italiano che, come diceva l'ex ministro Tramonti, deve gestire un debito pubblico di enormi proporzioni. Poi ci sono i parametri europei che impongono sacrifici e tagli alle spese. Sicché ogni tanto il governo è costretto a fare, appunto, una manovra economica. Questa volta si parla di 7,5 milioni di euro. Una cifra non trascurabile che, tuttavia, dicono gli esperti, serve a far quadrare il bilancio dello stato. E tutto questo mentre il governo annuncia una riforma fiscale che intende diminuire le tasse, soprattutto per i cittadini a reddito più alto per favorire la rimessa in moto della spesa e, quindi, dello "sviluppo". Siamo dentro ad una morsa che appare senza scampo. Da una parte siamo "costretti a crescere ad ogni costo". Ce lo impone la legge della competitività. Dobbiamo aumentare il Prodotto interno lordo che altro non è che la somma di tutti i movimenti economici. Senza nessun criterio di carattere qualitativo. Aumenta il pil se aumentano gli incidenti stradali, che mettono in moto carrozzieri, fabbriche di auto e di moto, imprese funebri ecc. Aumenta il pil se aumenta l'inquinamento, che mette in moto le industrie per disinquinare. E via di questo passo. E' vero allora quando si afferma che la parola sviluppo è in se stessa "tossica", come afferma Latouche. Essa ormai è divenuta sinonimo di crescita economica, che bada solo alla quantità e non alla qualità. Che vuole aumentare la ricchezza senza domandarsi a che questa ricchezza serve. Che arricchisce qualcuno, ma non viene distribuita a tutti e che, se messa nel contesto della globalizzazione, altro non fa che garantire più ricchezza ai ricchi e più povertà ai poveri. La vita delle persone, il loro ben-essere non importa. La ricchezza viene finalizzata a se stessa in una corsa senza fine, in cui i cittadini diventano dei puri e semplici consumatori e che perdono il diritto di cittadinanza se perdono la capacità di consumo. Tutti noi abbiamo visto quella pubblicità televisiva che ci invita a consumare. Punto e a capo. Si è cittadini nella misura in cui si compra. Di qui una serie di conseguenze. I prodotti devono essere fatti per durare il meno possibile. Se si rompono non serve aggiustarli, bisogna sostituirli. Ogni spesa non destinata alla crescita non ha senso, anche se è fatta per venire incontro ai bisogni. E' assistenza, elemosina, aiuto. Ma è improduttiva e, quindi, va ridotta. Altri parametri che non sono la vita della gente sono più importanti. Allora non desta neanche meraviglia se i tagli vanno a toccare anche i pochi spiccioli destinati alla cooperazione. I poveri, alla fine, sono quelli che un vecchio politico, Gianfranco Miglio, definiva "poveraglia", che tutto inghiotte senza nulla produrre. E, sinceramente, fa tenerezza l'atteggiamento di tante Ong, che non si sono accorte di questo e che continuano a inghiottire tutto per di avere garantiti i pochi fondi per sopravvivere. Non approvano i "Progetti di educazione allo sviluppo?" (che brutta espressione per definire progetti di educazione popolare alla mondialità). Si tace sperando così di non smettere di avere altri contributi. Adesso vengono tagliati i fondi destinati alla cooperazione? Basta una breve nota del presidente dell'associazione delle Ong, per dire la preoccupazione delle organizzazioni associate. Il tutto sperando che, se non si può avere quanto ci si aspettava, si possa continuare almeno ad ottenere qualcosa. Una sorta di (non so dirlo in napoletano) "deve passare la nottata". E' la politica delle buone intenzioni che non è capace di andare alle cause. Che non ha né coraggio, né competenza per prendere coerentemente le distanze da una visione politica complessiva che, di per sé, è fatta apposta solo per garantire i garantiti. In gioco non c'è infatti soltanto la cooperazione allo sviluppo. C'è molto di più. Tutti noi vorremmo che le cose cambiassero. Ma se anche chi per professione dovrebbe prendere le parti dei più poveri è solo capace di giocare di "diplomazia", allora il compito si fa ancora più difficile.

. che l'Africa sia in primo piano
Si parla d'Africa. E non è poco. Fino ad ora era necessario rivolgersi soltanto a riviste specializzate per sapere qualcosa. Da un po' di tempo di Africa si parla anche alla radio, alla tv e nei giornali. Finalmente. Si è parlato di Africa a Roma, nella bella manifestazione organizzata il 17 aprile scorso. In relazione a questa manifestazione si sono visti dibattiti televisivi, articoli di giornali, prese di posizione politica. Si è parlato di Africa in questi ultimi tempi soprattutto in riferimento alla situazione del Darfur in Sudan, dove una guerra senza motivo ha fatto in pochi mesi 1.000.000 di profughi tra interni ed esterni e oltre 30.000 vittime. Oppure in relazione all'eterna questione dei Grandi Laghi, dove il processo di pacificazione segna il passo e dove nel Kivu torna la vecchia questione dei rapporti con il Ruanda di Kagame. Di queste ultime realtà del continente africano si dibatte soprattutto in polemica con i pacifisti che sarebbero attenti soltanto a certe guerre, non a tutte le guerre. Eppure, nonostante tutto, l'Africa non tocca ancora i palazzi della politica. Non soltanto nelle grandi convention internazionali, come ai G8, dove alcuni capi di stato africani sono da tempo invitati, ma, pare, solo a fare le belle statuine. Anche nei palazzi della nostra politica, che, quando si affrontano temi che toccano questo continente, sembrano abitati non da politici, bensì da rappresentanti di organizzazioni Non governative. La fine di ogni dibattito sull'Africa è sempre la solita: facciamo un progetto. Costruiamo una scuola o una strada. Perché è di questo che l'Africa ha bisogno. La montagna partorisce il classico topolino. Senza accorgersi che proprio qui sta il vero problema. Finché l'Africa sarà vista soltanto come un buco nero a cui far fronte con progetti di cooperazione, il rapporto con il continente africano resterà sempre falsato. Senza giungere ai vertici toccati in alcune trasmissioni televisive dove, per pubblicizzare un progetto per i bambini, si è arrivati ad una sorta di asta "salva-bambini-africani": Se, per dare una mano a un bambino occorrono 50euro, allora con 30 ne salvo un mezzo. E via di questo passo. Non siamo ancora riusciti a capire che il continente africano è abitato da persone come noi. Che hanno gambe, braccia testa e cuore come noi. Che hanno una storia, una cultura e una tradizione culturale di spessore. Che come tutte le persone hanno innanzitutto il diritto ad essere rispettati e riconosciuti nella loro dignità. Forse varrebbe la pena che tutti noi ci mettessimo innanzitutto in ascolto dell'Africa, della sua gente, dei suoi veri leaders che spesso abitano fuori dai palazzi del potere, della sua società civile. Ci accorgeremmo che esiste e sta crescendo un'altra Africa. Fatta di gente che chiede soltanto di poter avere i mezzi minimi per auto organizzarsi. Che ha la capacità di gestire il proprio presente e il proprio futuro. E che, solo partendo da questa Africa, sarà possibile per noi dare una mano alla soluzione dei drammi che attraversano il continente. Allora alla politica tocca non più fare progetti, ma instaurare veri e propri rapporti politici. Ad, esempio, che tipo di appoggio stanno dando i governi europei a quei governi democratici che in questi ultimi anni sono stati eletti in Africa? Kenia, Benin, Niger, ecc. Oppure, che azioni sono state intraprese nei confronti del governo ruandese che tutti sanno è all'origine della instabilità della regione dei Grandi Laghi? E ancora che appoggio stiamo dando al processo di riconciliazione in Sierra leone? E via di questo passo. L'Africa non è il deserto della politica. E' invece una sfida aperta alla nostra capacità di fare politica in questo tempo di globalizzazione. L'impressione è che spesso non manchi la buona fede, ma la conoscenza. In un dibattito televisivo sulla rete ammiraglia della tv di stato, uno degli esperti presenti ha detto che l'Africa è un grande continente. Più grande di Asia e America Latina messi insieme. Nessuno ha detto che non è vero. Anzi, altri presenti al dibattito hanno ripetuto questa stessa enormità, dandola per vera. Non è certo questo il modo di dare una mano all'Africa. E sarebbe per lo meno ridicolo cercare di coprire la propria ignoranza lanciando progetti di cooperazione.