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Le domande di sempre



Essere se stessi

"Conosci te stesso". Era la scritta che sovrastava l'Oracolo di Delfi e che richiamava ogni persona a guardare dentro se stesso, per capirsi.
Da quando, in una data che si perde nel buio dei tempi, un animale si è alzato in piedi, ha cominciato a camminare eretto e ha opposto, in una lunga sequela di anni, il pollice alle altre dita, questo essere così comune e così unico, che è l'uomo, ha sempre cercato di capire se stesso. Si è trovato in balia di una natura che gli era nello stesso tempo amica e nemica. Ha cominciato a ragionare e a porsi delle domande. Le solite. Quelle di sempre. Quelle di tutti: "chi sono?"; "Da dove vengo?"; "Dove vado?"; "Quale è il senso della mia vita su questa terra?". Domande a cui la risposta definitiva forse non è mai arrivata. Eppure domande che rappresentano forse l'identità più profonda di questo essere irregolare che è l'uomo. Come abbia fatto ad abitare la terra. Come sia giunto, partendo dall'Africa, dove ha avuto origine, in ogni angolo del mondo è un mistero ancora tutto da scoprire. Sappiamo che là è nato l'"homo erectus" e, ad un certo punto, lo scopriamo abitare parti lontanissime dal luogo di origine. Diverso dalle origini. Con espressioni linguistiche, tratti somatici, abitudini e culture diverse. L'uomo, per rispondere a quelle domande, ha dovuto mettersi per strada. Ha dovuto cercare di sopravvivere agli elementi e alla natura. Ha dovuto difendersi dall'ambiente esterno. Prima cacciare, poi coltivare per sopravvivere. Ha dovuto cristallizzare abitudini e poi anche cambiarle. In una parola, ha dovuto adattarsi, manifestandosi come l'animale più adattabile del mondo. Horkheimer ha scritto che l'uomo deve la sua sopravvivenza al "mimetismo", in quanto, davanti ad ogni cambiamento ambientale è stato capace di adattarsi, di mimetizzarsi. Non così gli altri animali. Molti di loro sono spariti proprio perché non hanno saputo cambiare e trasformarsi. E sono morti. Anche i più forti. Anche i dinosauri, spariti probabilmente, come afferma Rubem Alves, proprio perché troppo forti. E tutto questo è avvenuto sia a livello individuale che a livello sociale. Ogni persona, per vivere, deve abituarsi ad un ambiente, ad una cultura, ad un modo di essere. Ogni persona che nasce non parte da zero. Parte da una società, da una cultura. Entra in un mondo dato e deve ambientarsi. Pena l'esclusione. La pazzia. Questo da sempre. E man mano che va avanti per la propria strada, costretto ad accettare ciò che è dato, ognuno scopre tuttavia anche se stesso come irregolare. Sa di doversi adattare. Ma proprio perché ha dentro di sé quelle domande di sempre, si accorge anche di essere diverso, non omologabile. Si scopre non come un'opera già fatta, ma come un progetto da costruire, da inventare. Dal bisogno di una casa (che è patria, cultura, accettazione di istituzioni e di abitudini) in cui vivere e da accettare, alla necessità di sentirsi unico, irripetibile, diverso. Sosia forse, ma mai uguale. Ciò lo condanna a riprogettarsi continuamente. Ciò lo pone, pur dentro la comunità, in una infinita solitudine. E' vero, in questa accezione, ogni persona è sola. Ma ogni persona è anche "con". L'uomo ha scoperto che non poteva vivere da solo. Di non essere un'isola. Ha bisogno, come tanti altri animali, del branco. Si è scoperto un "essere con". E, anche nello stare con gli altri ha scoperto la medesima dialettica, la stessa condanna. Sono nate così le tradizioni culturali diverse, le lingue, le abitudini consolidate che rendono una cultura differente dalle altre. Nella risposta che i diversi gruppi umani hanno dato lungo i secoli alle sfide poste dall'ambiente, sono nate le differenze di culture, ma anche differenze somatiche, linguistiche, ecc. Sempre donne e uomini, come tutti, Ma ognuno con una casa (che è patria, istituzioni, abitudini consolidate) diversa da quella degli altri. Tutti che abitano lo stesso mondo, ma ogni gruppo ad abitarlo in maniera diversa.

Cittadini e barbari

Ogni gruppo umano ha fatto, quindi la propria strada. Ha inventato le proprie istituzioni. Ha codificato le proprie leggi, ha creato quell'ambiente umano che comunemente chiamiamo società. Non è certo questo il luogo in cui approfondire il passaggio dalla comunità alla società. Sta di fatto che lungo i secoli si è andato costruendo un mondo con tante società diverse. Ognuna strutturata in modo proprio. Con le proprie leggi, le proprie istituzioni, i propri usi e costumi che hanno fatto della terra un arcobaleno di diversità. E proprio perché l'esperienza della società è fondante per ogni persona, ognuno ha sempre avuto la consapevolezza che la sua, proprio la sua società, con le sue abitudini, fosse la società migliore. Gli altri, quelli che avevano altre abitudini e altre tradizioni, non potevano che essere "barbari". Si propone così la dialettica di sempre tra cittadini e barbari. Levi Strauss, nella sua opera afferma che ogni membro di un'altra società è inevitabilmente ritenuto barbaro. Perché portatore di abitudini, di valori e di modi di vivere altri. Il primo moto istintivo della società di fronte all'altro non può che essere quello della curiosità, certo, ma anche del rifiuto. L'altro è difficilmente omologabile, accettabile. L'altro è un barbaro, un incivile. Accettarlo costa, perchè immette un elemento nuovo ed estraneo in un circuito già sperimentato. Perché domanda che altri valori siano ritenuti tali e altre abitudini civili. Noi siamo i civili, gli altri sono gli incivili. E non si tratta soltanto di una reazione delle società che potremmo chiamare etnologiche. Fa parte della nostra esperienza quotidiana. Tutti noi abbiamo sentito Adriano Panatta, che per i suoi precedenti avrebbe dovuto conoscere il mondo, durante i campionati di calcio, disquisire sulla Corea e sulle abitudini dei coreani, che puzzano di aglio e mangiano i cani. E l'abbiamo ascoltato, nel silenzio compiaciuto dei suoi interlocutori, definirli incivili per questo. Saremmo forse più civili noi, che mangiamo carne di mucca o di maiale, di chi mangia carne di cane? Gli Indù e tanti musulmani la penserebbero in maniera diversa. Ma forse, secondo Panatta, (e i tanti altri Panatta che sono dentro di noi) anche gli Indù e i musulmani sono incivili. E via di questo passo, fino ad arrivare ad escludere tutti, eccetto noi, che siamo gli unici portatori di civiltà.

Una lunga storia di dominio e di imperialismo culturale

Poi sono arrivate le religioni e le ideologie totalizzanti e universalistiche. Primo fra tutti il cristianesimo: "Andate in tutto il mondo. Predicate il Vangelo ad ogni creatura". Per la prima volta un'esperienza nata in un luogo preciso del pianeta, si è proposta non solo per gli abitanti di quella parte di mondo, ma per tutti. E' cominciato il lungo cammino missionario della comunità cristiana partito da Gerusalemme. Un cammino all'inizio povero, privo di potere e di mezzi che non fossero la povertà e la stoltezza della croce. Subito la prima comunità missionaria ha dovuto fare i conti con la diversità e si è dovuta porre il problema che in gergo viene chiamato dell'inculturazione. Gesù di Nazareth era ebreo, circonciso, fedele alla legge giudaica. Il cristianesimo - fu questa la prima questione che si pose agli apostoli - avrebbe dovuto essere una costola del giudaismo oppure qualcosa di completamente nuovo? In concreto, chi avrebbe aderito a questa nuova esperienza di fede, avrebbe dovuto essere circonciso o no? La disputa non fu di poco conto. Portò allo scontro tra la comunità di Gerusalemme guidata da Giacomo e quella di Antiochia guidata da Paolo e Barnaba. Spinse ad una sorta di rissa Pietro e Paolo e fu risolta soltanto con il Concilio di Gerusalemme. E' stata tuttavia la svolta costantiniana quella che ha fatto del cristianesimo una dottrina che in molti casi ha portato all'imperialismo e al colonialismo che poi sarebbero sfociati anche in veri e propri genocidi. Legatosi al potere, il cristianesimo che si poneva come dottrina universale, proposta "ad ogni creatura" è diventato strumento del potere imperiale. I "barbari" diventano "infedeli" e in quanto tali non hanno nessun diritto. La storia della conquista dell'America latina, della colonizzazione dell'Africa e dell'epopea coloniale missionaria è arrivata fino a ieri, con forme diverse, ma con accentuazioni sempre simili. Ieri, facendo da alibi al braccio imperiale, ha giustificato la distruzione di interi popoli (formati da esseri che non avevano neanche l'anima), ma in seguito, pur non giustificando crimini di questo genere, ha portato avanti l'idea che l'unica civiltà fosse quella occidentale cristiana. Tanto che i missionari erano chiamati a portare nel mondo la fede e la civiltà. Fino a non più di vent'anni fa, nelle nostre chiese si cantava ancora: "Gesù lo sguardo amabile volgi dai sommi cieli, vedi che ancor rigurgita la terra di infedeli: Pietà, Signor, dei miseri, che ignoran l'evangel, manda color che insegnino la retta via del ciel" La riflessione coraggiosa fatta dalla Chiesa nel Concilio Vaticano II, ha portato alla correzione di errori mastodontici. Ma quello dell'inculturazione della fede resta ancora uno dei problemi irrisolti del cristianesimo, che in molte aree del mondo è ritenuta una religione forte, importante, ma ancora occidentale. Inculturazione, infatti, è qualcosa che va ben al di là dell'adattamento dei riti e delle liturgie, ma che tocca l'animo stesso dei rapporti tra religione e cultura. Diversa, lo vediamo in questo dossier dal pezzo di Francesco Zannini, la tradizione musulmana. L'Islam ha saputo meglio inculturarsi, cambiando volto a partire da civiltà e tradizioni culturali diverse. Forse questo è stato facilitato dal fatto che l'Islam non ha un'autorità centralizzata come quella cristiana che, lungo i secoli, si è sempre più identificata prima con l'impero romano, poi con l'occidente. Anche il marxismo-comunismo, pur essendo una dottrina politica e non una religione, presentandosi con gli attributi dell'universalismo, ha agito nello stesso modo. Ho avuto modo di visitare la Mongolia. I disastri culturali, oltre che politici, causati dal comunismo di radice sovietica sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare che, ad esempio, è stato imposto a tutti il cirillico come scrittura. Solo un esempio che manifesta l'incapacità di accettazione dell'altro da parte di chi si ritiene portatore di una civiltà, di una fede o di una dottrina superiore.

L'occidente è un accidente
Scriveva così, in un'opera di circa trent'anni fa, il filosofo Roger Garaudy. A significare che quella occidentale è solo una delle tante culture storiche che si sono evolute sulla terra. Un accidente storico, come accidente storico sono le altre culture e le altre civiltà. Eppure l'occidente, si è imposto al mondo. Prima con la forza delle armi. Non erano certo "più civili" i soldati di Pizzarro che conquistarono il Perù di Matchupichu. Avevano armi più sofisticate e, soprattutto disponevano del cavallo. Ciò ha permesso loro di vincere la guerra per la conquista. Né erano economicamente più floridi. Le spedizioni verso il nuovo mondo partivano da un'Europa che soffriva di carenze alimentari. Fu attraverso la patata, importata dall'America Latina, che queste vennero risolte. Ma, proprio perché più forte, l'occidente si è ritenuto più civile. O, meglio, ha ritenuta la propria civiltà come l'unica degna di questo nome, sentendosi in questo modo giustificato nell'imporla agli altri. Gli Indios non avevano l'anima. Gli africani non erano uomini (erano solo dei negri, bestie da soma e da monta). In questo modo si è giustificato tutto: dallo sterminio, alla tratta degli schiavi, alla colonizzazione. Non si sono accorti gli occidentali (meglio sarebbe dire gli europei), nella loro foga distruttrice, che arrivavano in un mondo dove esistevano società evolute, con istituzioni politiche ed economiche: dai Grandi imperi Incas, Atzechi e Maya, in America latina, fino alle forme sofisticatissime di governo nei grandi imperi dell'Africa. Non si sono accorti che vi era una tradizione letterario e culturale. Non sapevano che a Timbuctù - come scrive Ki-Zerbo, nella storia dell'Africa - nel mercato la merce più richiesta erano i libri. Prima ancora che un genocidio, la conquista e la colonizzazione sono state un immenso "etnocidio", che ha tentato di distruggere abitudini, credenze, stili di vita, forme di governo e di convivenza. "Prima che i nostri prodotti e le nostre risorse - affermano gli studiosi africani - l'uomo bianco ci ha rubato la nostra cultura e la nostra dignità. Ci ha costretti a rinnegare la nostra visione della vita, la nostra concezione del tempo e della storia, il nostro modo di intendere il mondo". Si potrebbe dire che la colonizzazione è stata, soprattutto in Africa, la distruzione sistematica di una "Weltanchaung", di una concezione globale del mondo e della vita. E, con essa, è stata distrutto anche il ricordo delle antiche istituzioni. E questo è arrivato fino ad oggi. Dopo la fine formale della colonizzazione, la cosiddetta "ideologia dello sviluppo" è diventata la forma nuova assunta dall'impero coloniale. Al di là dei discorsi di facciata, i paesi ex coloniali sono sempre stati concepiti come "in ritardo" nei confronti dei paesi sviluppati e l'unico modello credibile di sviluppo è sempre stato quello occidentale. Fino ad oggi, quando qualcuno afferma che l'unica maniera di sviluppare l'Africa è quella di porla sotto tutela, quasi che la soluzione stesse in una nuova colonizzazione. Intanto le antiche forme di convivenza: da quella parentale a quella del villaggio, sono relegate nel cassetto dei miti e dell'etnologia. Non si prendono per nulla in considerazione, neanche dagli africani stessi, nella costruzione e nella sperimentazione di modelli istituzionali che non siano completamente importati dall'esterno, ma che affondino le proprie radici nella storia e nella tradizione del continente stesso.

La globalizzazione e il pensiero unico
Il nuovo millennio si è aperto nel segno di quella che in gergo viene chiamata globalizzazione. Il mondo - si dice - deve smetterla con dei confini che non esistono più nella realtà vera. Esistono confini politici tra gli stati, ma essi sono stati superati dalle grandi firme multinazionali, le quali, ormai, governano. La politica ha finito il suo ciclo e oggi dobbiamo tutti sottometterci alle nuove regole istituzionali che sono dettate dai mercati. Balza subito agli occhi una realtà: la politica avrebbe finito il suo ciclo. Oggi tutto deve essere regolato dai mercati e, quindi, dall'economia. Cambia l'essenza di tutto: per essere "umanamente" e "politicamente" corretti, occorre soprattutto essere "economicamente corretti". Quando si parla di "good governance" il pensiero corre subito ai bilanci dello stato, alle spese sociali e pubbliche e non certo alla correttezza politica. Tutto, quindi, deve essere sottoposto al giudizio dell'economia e del mercato. Il vero e unico valore è quello che può essere scambiato. In questo contesto, sparisce ogni differenza. Non esistono più culture e civiltà diverse: siamo tutti produttori e/o consumatori; non esistono cittadini, ma clienti; non più politici, ma imprenditori; non più elettori, ma consumatori; non più stati, ma mercati. Le proprie differenze, le proprie abitudini o tradizioni ognuno può tranquillamente viverle nel privato. Ma nel pubblico tutti siamo nella stessa arena a competerci la ricchezza.
1. Nell'educazione
E questo a partire dagli inizi della vita, dalla stessa scuola, dalla stessa formazione. Nel 1994, il World, Investment Report, pubblicato a Ginevra, scriveva: "L'investimento nelle risorse umane, nel loro uso efficace è di importanza cruciale, forse la più cruciale per i governi e per le firme transnazionali. L'educazione e i programmi di formazione devono rispondere ai bisogni del mondo degli affari, specialmente di quelli di carattere internazionale". La stessa cosa che ritroviamo in diverse edizioni delle varie riforme scolastiche, là dove si dice che la scuola e la formazione Devono rispondere alla vocazione produttiva del territorio". Siamo di fronte ad un vero e proprio cambiamento del fine. L'educazione non deve più rispondere alle qualità, alle peculiarità, alle tendenze, alle potenzialità della persona, ma "ai bisogni del mondo degli affari". In questo contesto non si può più parlare neanche di e-ducazione, come estrazione dal di dentro di ciò che in potenzialità già esiste. Nei suoi scritti giovanili, Marx scrive che compito di qualsiasi sistema politico è quello di creare le condizioni economiche, sociali e politiche che permettano ad ogni persona di realizzare completamente se stessa , "di modo che se uno nasce portando dentro di sé il genio di Mozart, possa effettivamente diventare Mozart". Si vede subito il divario. Mozart, a questo punto deve fare i conti con il mercato, con la vocazione produttiva del territorio in cui è nato. La persona non è più il fine dell'educazione, ma diventa soltanto una risorsa per il mercato. Si vede bene che la cultura stessa viene asservita al mercato, senza bisogno di creare ministeri appositi, senza la censura posta dagli stati totalitari
2. Nelle forme della politica
Stiamo assistendo ad un appiattimento dei vari sistemi politici ed istituzionali. La politica nelle sue istituzioni è costretta a trasformarsi per rispondere alla fretta e alla competitività dei mercati. Se guardiamo il corso degli eventi negli ultimi anni ci accorgiamo di una deriva continua verso forme di maggiore decisionalità. Si toglie sempre più potere ai parlamenti mentre si rafforza sempre più il potere degli esecutivi. Le istituzioni democratiche non devono infatti più rispondere alle singole peculiarità dei popoli, alle loro tradizioni e alla loro cultura, ma alla fretta dei mercati. Si pensi, ad esempio, al nostro paese. Un paese che ha una tradizione comunale. Dove i campanili hanno un enorme significato, dove ogni piccola diversità è ritenuta importante da conservare. In questo paese è stato imposto il sistema elettorale maggioritario, costringendo a mettersi insieme storie e tradizioni inconciliabili tra di loro. Ma il discorso deve essere ancora più approfondito. E' proprio vero che quello che normalmente si ritiene il sistema democratico, sia l'unico sistema possibile? Non possono esserci altre forme più rispondenti alla storia e alla tradizione dei singoli popoli? E' proprio necessario, ad esempio, il sistema multipartitista in società dove ha molta importanza l'appartenenza etnica? E l'Etnia, la dove è ritenuta importante, che ruolo gioca? Non sarebbe forse il caso di andare a studiare e a capire le antiche forme di governo dei regni e degli imperi africani e dell'America Latina, per trovare forme istituzionali diverse, più rispondenti alla storia dei diversi popoli? In un gruppo etnico del Congo esiste un'usanza che fa pensare: il capovillaggio sa di dover rispondere alle esigenze della sua gente, ed esiste una prassi consolidata per cui se un capo dà per tre volte ordini a cui la sua gente non obbedisce, è costretto a dimettersi. E' proprio fuori da questo tempo proporre di studiare forme diverse per le istituzioni democratiche a partire dalla peculiarità dei diversi popoli?
3. Nella giustizia
Richard Poster, voluto accanitamente da Reagan nella Corte federale americana, in una delle sue opere scrive che "L'esecrabile parola giustizia non vuole dire niente" e invita i giuristi ad applicare l'economia alle questioni giuridiche, per evitare "la tirannia del diritto". Non si stupiscano i lettori. Non siamo nell'Italia del 2002, siamo negli Stati Uniti nel 1977. A significare forse che ciò che stiamo vivendo in questo periodo nel nostro paese ha radici altrove. Anche la giustizia deve asservirsi al pensiero unico. Non ha senso il falso in bilancio e tante pastoie giuridiche che impediscono agli affari e il loro corso e al mercato di espandersi con ogni libertà. Il diritto è fatto di regole. Bene. Ciò che occorre è la deregulation. Senza regole le cose si sistemano da sole. Ci pensa il mercato, con la sua mano bianca a sistemare tutto nel migliore dei modi. In Africa e in tante altre parti del mondo molte guerre trovano le loro radici proprio in questa concezione. La guerra toglie ogni regola giuridica e permette quindi agli affari di andare avanti senza dover rispondere a nessuno.

Le domande di sempre
Abbiamo fatto solo alcuni esempi, alcuni dei quali saranno tratti in maniera più sistematica in questo dossier. Dietro a tutto ci sono quelle eterne domande che ogni persona umana si pone, sapendo di dover vivere una vita sola. Non ci sono altre vite da vivere e ogni persona riuscirà a realizzare se stessa o in questa vita o mai più. Per questo la risposta da parte delle istituzioni ai diritti fondamentali della persona non possono non rivestire carattere di urgenza. Lo stesso vale per i popoli, per le tradizioni culturali diverse, per le civiltà vecchie e nuove che si affacciano su questa terra. Hanno o non hanno il diritto di essere se stesse? Di inventarsi il proprio modello di sviluppo? Di trovare le loro vie istituzionali alla convivenza? Domande di sempre a cui, teoricamente continuiamo a rispondere di sì. Ma c'è di mezzo il pensiero unico. E, purtroppo, tutto cambia.