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La terra, astro errante


Nata alla fine del Quattrocento, la modernità sta agonizzando in questa fine di secolo. Essa non era soltanto un fenomeno storico, un'idea forza che conduceva il cammino e la ricerca dell'Uomo. Era una credenza, che si era trasformata in una religione, anche se non sapeva e non ammetteva di esserlo, essendosi imposta in un processo di opposizione alla religione tradizionale che, di volta in volta, si chiamava "scienza materialista", "ragione laica", "progresso storico". Era la religione del grande progresso irreversibile che aveva i suoi profeti, i suoi sacerdoti, i suoi libri sacri. Condorcet aveva enunciato il principio del progresso indefinito dell'umanità. Darwin aveva provato il senso ascensionale dell'evoluzione storica. Comte aveva enunciato la legge dei tre stadi che avrebbero condotto all'età della ragione. Marx aveva formulato la legge di una storia che avrebbe da sola determinato l'avvento di una società senza dominio.


BILANCI
Oggi tutte queste certezze sembrano passate e si scontrano con la fatica di chi vede il futuro non più come una certezza, bensì come un'avventura difficile e imprevedibile. E non è solo il caso dell'impatto ambientale della crescita economica, denunciata già nel 1972 dal Club di Roma nel famoso saggio "I limiti dello sviluppo". E' anche il caso dell'incertezza sulla vita stessa che tocca ormai qualche centinaio di milioni di persone. Le quali sono estromesse dal processo di crescita e dalla globalizzazione dell'economia. Suona l'ora del bilancio di fine secolo e la scienza stessa si rivela cieca sulla propria avventura. La tecnica si è rivelata portatrice di innovazione, ma anche di nuova barbarie, La ragione ha significato da una parte il tentativo di controllo dell'Uomo sui fatti e sulla storia (la razionalità critica di Kant), ma dall'altra anche il delirio logico e la razionalizzazione cieca al concreto e all'esistente. La ragione ha partorito mostri. La politica è ancor oggi meritevole del giudizio che di lei dava Saint Juste : "Tutte le arti hanno prodotto le loro meraviglie, soltanto l'arte di governare non ha prodotto che mostri".


ILLUSIONI
Di alcune cose siamo ormai certi : il progresso non è garantito automaticamente dalle leggi della storia. Il divenire non è necessariamente sviluppo. Il futuro si chiama ormai incertezza. La storia è ormai catapultata in un'avventura ignota. "In realtà - scrive Edgar Morin - eravamo senza saperlo dentro questa avventura ignota sin dall'inizio dei tempi moderni. La scienza era fin dal suo inizio cieca sul senso storico del proprio sviluppo. La ragione era cieca ai suoi primi accecamenti. La rivoluzione francese fu cieca sui suoi sviluppi e sulle sue conseguenze. La tecnica non è stata soltanto un addomesticamento della materia e dell'energia, è stata anche un esproprio, un asservimento, un processo distruttivo incontrollato. Il nostro secolo si è lanciato cieco nelle sue due guerre, delle quali si comincia appena a percepire il senso e il non-senso. Queste illusioni si dissipano ormai totalmente in questa fine di secolo" (1). La terra si manifesta davvero, secondo l'antica definizione della parola "pianeta", un "astro errante". Oggi viviamo nella stesso tempo la crisi del passato e la crisi del futuro. La crisi del passato, quella dei fondamenti, era stata aperta dalla modernità stessa. La crisi del futuro invece pone in crisi la modernità.


NEBBIE SUL FUTURO
Di fronte alla perdita della certezza del progresso e della fede nell'avvenire, generate dalla crisi della modernità, oggi assistiamo a due tipi di reazione. La prima è il "neo-fondamentalismo", ovvero la volontà di radicarsi nel principio stesso della tradizione abbandonata dalla modernità. Questo neo-fondamentalismo assume a volti connotati religiosi, talvolta nazionalistici, talvolta etnici e diventa violento soprattutto laddove assume tutti e tre questi connotati. Il neo-fondamentalismo pretende di trovare il futuro nel passato, di rompere con l'avventura e la nebbia del divenire, di tornare a vivere in una sorta di società ciclica. Si tratta di una reazione comprensibile, ma che non porta in sé la creatività a cui la storia ci chiama. E' tentare di riproporre modelli e risposte che non possono essere di oggi. E se il neo-fondamentalismo nelle sue forme più radicali si manifesta appunto nel ritorno al fondamentalismo religioso, e agli stati etnici, si esprime anche nei tentativi di riproporre nell'oggi soluzioni politiche ed economiche di ieri. L'altra risposta è data dal "post-modernismo". Si tratta della presa di coscienza che l'illusione del progresso indefinito che caratterizzava il modernismo è definitivamente entrata il crisi e che invece la storia non è automaticamente progressiva. Il nuovo non è necessariamente superiore a ciò che lo precede. La storia non garantisce il progresso. Ma il post-modernismo rischia di cadere in una sorta di cinismo storico, in cui tutto ciò che avviene appare irrilevante, in cui si crede che tutto ormai sia stato detto. Così continua a piangere sulla morte del divenire, senza accorgersi che, pur tra le nebbie, questa storia è capace di liberarsi e di concepire l'inedito. La storia, in una parola, nonostante tutto, non è finita. Scrive ancora Edgard Morin: "La seconda metà del nostro secolo ha assistito al progressivo esaurimento della capacità progettuale del paradigma che potremmo definire del "tempo lineare e del futuro completamente prevedibile". Questa crisi diventa palese se osserviamo il cammino percorso dalla ideologie dominanti nel nostro secolo, il capitalismo occidentale e il socialismo reale. Per quanto grandi fossero le contraddizioni presenti al loro interno, nella prima metà del secolo queste ideologie hanno conosciuto una notevole fase espansiva. Esse condividevano la convinzione di aver identificato un nucleo di leggi della storia, della quale gli sviluppi futuri sarebbero stati in un certo senso la realizzazione. L'adeguatezza di questo modo di pensare si è venuta progressivamente incrinando nel trentennio che dagli Anni Sessanta giunge fino a noi. Sempre di meno i decorsi progettati vengono a corrispondere ai decorsi reali; sempre di meno la capacità di controllo viene ad estendersi sul tempo e sullo spazio. L'ipotesi tacita di una relativa omogeneità dei tempi e degli spazi reali rispetto ai tempi e agli spazi dei progetti viene drammaticamente smentita" (2).


NUOVI MONOTEISMI
Caduto il comunismo, il capitalismo vincente ha costruito quello che -con termine molto pregnante- Roger Garaudy chiama il "monoteismo del mercato" (3). C'è una traiettoria storica che ci ha portato fin qui, afferma l'autore, e che è vissuta di tre miti successivi: "Quello del progresso (...), quello del non-senso dei filosofi dell'assurdo (...) e infine quello dell'intelligenza artificiale, delle macchine che pensano e che rimpiazzano l'uomo" (4). Il mito del progresso è quello che ha fatto da sfondo allo slancio del capitalismo con la scoperta della macchina a vapore. Si tratta di un mito che, nonostante quanto affermato da Morin, continua anche oggi. Non è forse vero che torna di moda Smith con la sua "mano invisibile", quella mano che renderebbe interesse generale la somma degli interessi particolari? Lo stesso Clinton ha dovuto ammettere nel 1993 che nel suo paese l'1% della popolazione detiene nella proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Una religione, quella del mercato, che oggi si manifesta in modo particolare col volto feroce dell'espulsione dal lavoro. Avendo come strumento l'informatizzazione e la robotizzazione della produzione, la crescita economica non crea più occupazione. Si può dire, anzi, che un po' alla volta stiamo andando verso un punto di non ritorno tale che crescita della produzione e impiego di mano d'opera divengano inversamente proporzionali.


PASSAGGIO DI CIVILTÀ
Arriviamo dunque ad uno dei problemi più pressanti e drammatici per le nostre stesse società ricche, quello della disoccupazione. Un fenomeno strutturale che sta trasformando i connotati non solo economici, ma anche valoriali delle nostre società. Si tratta infatti di dover fare i conti con una civiltà in cui il lavoro va perdendo di centralità e rischia di divenire un bene raro, appannaggio esclusivo di pochi. Al di là dei problemi economici che questa nuova situazione può creare, è opportuno innanzitutto capire che siamo di fronte ad un passaggio radicale di civiltà. Ne è espressione chiara la Costituzione Italiana laddove definisce "fondata sul lavoro" la Repubblica. Il lavoro infatti è stato fino ad ora il luogo vero dell'integrazione e della partecipazione alla costruzione della società e del suo futuro. Si può dire di più : fino ad ora il mondo occidentale ha vissuto come uno dei suoi capisaldi fondamentali una specie di mistica del lavoro, che trova il proprio fondamento nella concezione biblica di lavoro inteso come partecipazione all'attività creatrice di Dio. La fine del lavoro significa allora molto di più che la fine del rapporto tra salario e attività, è un vero e proprio trapasso di civiltà che porta a stati di anomia e di esclusione. Nasce di qui quel senso di insicurezza che ormai è divenuto compagno abituale della nostra vita, soprattutto di quella dei più giovani, nella percezione che qualcosa di enorme sta cambiando. Lo dicono gli indicatori sociale che portano ormai la disoccupazione come uno dei dato in crescita costante, lo dicono le stesse ricette che vengono proposte con parole nuove ed invitanti : flessibilità, deregolamentazione, mobilità. I nostri giovani sanno che il lavoro dovranno conquistarselo, in una sorta di nuovo caporalato telematico, in cui ogni giorno dovranno mettersi sulla piazza del mercato virtuale. Le nuove regole di mercato parlano chiaro. Per gli altri, per quelli che non ci stanno, allora bisognerà spartire le briciole dello stato sociale.


LIBERTÀ OPPRIMENTE
Padre Lacordaire scriveva: "In presenza di forti e di deboli, è la libertà che opprime ed è la legge che libera". E non ci vuole troppo ad accorgersi della verità di questa affermazione guardando l'evolversi dei fenomeni di esclusione e della loro dinamica sociale. Le nuove povertà, frutto dell'esclusione creano forte disagio sociale, proprio perché hanno dei tratti molto caratteristici che impediscono di fare di loro una semplice regressione nei confronti della società dei consumi. "In periodo di pieno impiego la povertà toccava categorie particolari di popolazione che erano naturalmente in svantaggio nella competizione economica: persone anziane, portatori di handicap, famiglie numerose, ecc. (...) La situazione di questi poveri era legata a circostanze particolari e non era espressione del fatto che, ad un certo punto della loro esistenza non erano stati convenientemente integrati sul piano professionale. La moderna esclusione presenta caratteristiche nuove: è un fenomeno sia economico che relazionale e sanziona percorsi sociali molto ordinari, esenti da incidenti o da handicap particolari" (5). Sulla disoccupazione e sul conseguente allargamento dei fenomeni di esclusione oggi si discute moltissimo. Varie teorie economiche si scontrano, riportando in auge lo scontro ormai classico tra economia keinesiana ed economia classica. Certo è che forse il solo esame economicista del fenomeno rischia di essere insufficiente. "Da più di dieci anni ormai -denuncia Serge Halami- tutti gli studi ufficiali raggiungono la stessa diagnostica e la stessa terapia: la disoccupazione di massa si spiegherebbe a causa del mercato del lavoro troppo rigido, del costo dei salari troppo elevati, di una domanda di giustizia sociale troppo arcaica" (6). Tutte proposte ideologiche, che alla fine si manifestano incapaci di dare una risposta proprio perché sono risposte contingenti ed ideologiche ad una situazione strutturale. E in più con dietro uno scopo preciso: "Cinquanta milioni di esclusi saranno mobilitati per servire da alibi all'indurimento di quello stesso sistema economico che li ha esclusi. Grazie alla disoccupazione, si può infine prevedere di farla finita con quel nemico irriducibile che è lo stato provvidenza" (7). L'economia da sola si rivela incapace non solo di dare risposte, ma anche di analizzare correttamente i fatti, comprendendone la portata. Forse, come dicono Perret e Rostang, "questa ricerca della ricchezza economica per sé stessa, se non si sta attenti, rischia di avere conseguenze sempre più pesanti sulla qualità della vita culturale, sociale e politica" (8). Occorre allora "osare di imprimere all'economia un nuovo corso secondo un tipo di azione che dovrebbe organizzarsi attorno ai valori della giustizia e della solidarietà. Valori ripensati nel quadro della restaurazione della cittadinanza come diritto ed esigenza, non solo a livello nazionale, ma anche europeo e internazionale" (9).


OSIAMO
Si tratta, dunque, di osare, anche bestemmiando i cosiddetti dogmi dell'economia e assumendo invece la vita e la possibilità di integrazione sociale di tutti come valore centrale dell'organizzazione sociale. Il dramma della disoccupazione, sentito e vissuto come tale soprattutto nelle società sviluppate, può mettere in crisi le leggi dell'economia, che sono ancora frutto di quella modernità che "ha sempre già visto tutto" e che è incapace di muoversi tra le nebbie di un futuro da interpretare e da leggere. "Come pesci prigionieri in un bicchiere d'acqua di cui urtano continuamente le pareti, i governi europei, almeno quelli più preoccupati, moltiplicano i gesti, che si rivelano rapidamente vani, per abbassare il tasso di disoccupazione. Ma senza rimettere in causa nessuno dei fattori dei quali essa non è che la risultante: grande mutazione della tecnica e dell'informatizzazione in questa fine di secolo, credenza "naif" nelle sole virtù della crescita, primato della concorrenza, della competitività e del libero scambio" (10). Un appello, uscito in Francia nel giungo 1995 a firma di intellettuali, ricercatori e membri di organizzazioni non governative affermava: "La lotta contro la disoccupazione implica nei paesi industrializzati una progressione simultanea su tre assi: ridistribuzione regolarizzata del lavoro-impiego in tutta la società, con la riduzione dell'orario di lavoro e la ripartizione più equa delle ricchezze prodotte; riconoscere e sviluppare, nel quadro di una economia plurale, un'economia solidale, di utilità sociale ed ecologica; approfondire il diritto ad un salario indipendentemente dal lavoro" (11). Un primo passo, forse, per uscire dalle sabbie mobili dei dogmi economici.


NOTE
(1) AA.VV., "Turbare il futuro", Moretti & Vitalki, Bergamo, 1990, pg 13
(2) opera citata, pg 68
(3) R.Garaudy, "Avons nous besoin de Dieu?", De Brouwer, Paris 1994, pg 13
(4) opera citata, pg 14
(5) Perret e Roustang, "L'Economie contre la société", Seuil, Paris 1994, pg 90
(6) S.Halami, "Le chantiers de la demolition sociale", "Le monde dilpomatique", luglio 1995
(7) S.Halamni, opera citata
(8) Bernet e Rostang, opera citata
(9) Jacques Le Goff, "Gadget contre le chomage", "Le monde diplomatique", aprile 1994
(10) "L'indispensabile ridistribuzione", "Le monde diplomatique", febbraio 1996
(11) "Chomage : appel au débat", in "Le Monde", 28 Giugno 1995