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La macchina impazzita
Al tempo del disastro di Chernobyl, il Premio Nobel Rubbia commentò: "Siamo tutti su un treno impazzito, che corre ad una velocità spaventosa. Ma abbiamo perduto la chiave per entrare nella cabina di guida". Viviamo un paradosso drammatico. Mai come oggi l'uomo è riuscito a possedere il mondo, a studiarne le regole. Abbiamo fatto tutte le rivoluzioni possibili: dalla rivoluzione industriale, a quella tecnologica. Abbiamo conosciuto l'infinità dello spazio e l'infinitesimità dell'atomo. Abbiamo scoperto le leggi che regolano la vita, fino a carpire il segreto dei codici genetici. Abbiamo tutti percorso un cammino di laicità dal magico, prendendo in mano le regole della nostra convivenza. Ci siamo proclamati padroni della storia e abbiamo assoggettato la terra. Ci siamo affrancati da ogni dipendenza. Ma forse mai come oggi l'umanità va avanti accettando una sorta di fatalismo. Tutto sembra dettato dalla necessità.
La guerra è drammatica, ma è una necessità. Il pianeta viene distrutto, ma è una necessità. L'economia crea divari e marginalità crescenti. E' una necessità. Tutto è dettato da questa sorta di idolo. Al singolo spesso non sembra restare altra alternativa che quella di adattarsi. Sparisce il gusto della politica la quale troppo spesso si dichiara incapace di regolare la convivenza messa nelle mani delle leggi ferree di un'economia ipostatizzata, composta da assiomi e da dogmi a cui si deve credere, pena l'esclusione e l'eresia. Questa situazione rischia di spingere i singoli cittadini nel loro privato, per cercare di sopravvivere. La politica resta un affare di pochi che spesso sono costretti a prendere decisioni dettate a loro stessi dall'alto e lontani della vita della gente. Le immagini degli otto potenti del mondo asserragliati all'interno di spazi protetti, lontani dai rumori della vita normale, con la gente tenuta a distanza e che manifesta contro di loro è sintomatica di una frattura ormai incolmabile.
Proprio a Genova, durante uno di questi incontri, Romano Prodi, in una intervista metteva in evidenza questa lontananza e si spingeva a dire che loro stessi, i grandi della terra, certe decisioni non erano in grado di prenderle. Tra adattamento e mimetismo Adattarsi sembra diventata la regola di vita. Una sorta di "aura mediocritas" nella quale mimetizzare i propri sogni, le proprie aspirazioni, la voglia di un mondo diverso. Già diversi decenni fa, Horkheimer, scriveva che l'uomo deve la propria sopravivenza al mimetismo. E allora, tutti a mimetizzarsi. Vestendo tutti con la stessa moda. Consumando le stesse cose e obbedendo ai programmi che il mercato prevede. Seguendo gli stessi schemi culturali. Anche perché questo è un sistema che compra, che alletta.
Qui da noi, al nord del mondo, regala "felicità" purchè gli si dia in cambio il cervello. Ci fa "felici" (certo della felicità superficiale che si vende nelle vetrine e si Propaganda in televisione), purchè lo accettiamo, lo facciamo nostro. Così, attraverso i prodotti di consumo, ci vende i modelli di vita. Ruben Alves, già diversi anni fa, diceva che l'uomo di oggi è posto davanti ad una alternativa: "scegliere tra felicità e libertà".Un po' alla volta si diventa tutti schiavi del pil (prodotto interno lordo). E si accettano tutte le regole del gioco. S contrabbanda come dogma che più aumentano i consumi, più cresce l'economia, quindi più si sta bene. Il benessere viene confuso con la somma quantitativa delle cose che si hanno: Ne deriva una sorta di "uomo-squillo" che vende se stesso al prodotto nel momento stesso in cui l'acquista. Il quanto prima ricopre poi distrugge il quale, facendo delle stesse persone non più un fine ma un mezzo. Più si ha e si consuma più si è uomini. Più si conta. Più si diventa cittadini. Per questo il nostro Presidente del consiglio invita a spendere di più: ne godrà il pil. Crescerà l'economia.
Così come cresce per i disastri ambientali, per gli incidenti stradali ecc. Si arriva al punto di pensare di proporre di ipotecare la casa per avere in prestito soldi da spendere. Non si sa per che cosa. Purchè si spenda. I cittadini diventano consumatori. Lo sviluppo diventa crescita. La persona umana viene deificata e diventa un semplice anello di una catena mercantile che mai si deve interrompere. Tutto questo viene ogni giorno contrabbandato come dogma. Dalla pubblicità che diviene una sorta di nuova liturgia all'interno della grande "religione" della crescita. Una sorta di grande fratello che vede e provvede,regolando la vita dalla nascita alla morte. Tutto purchè non si pensi. Non si decida. La foglia e il fiume C'è un proverbio che viene spesso citato in America latina: "foglia che cade nel fiume, anche se non ce ne accorgiamo, cambia il corso del fiume". Al di là di ciò che ci propina la liturgia pubblicitaria che ci invita solamente a spendere per tenere in movimento il mercato, durante questi anni è andata maturando una nuova prassi: quella che potremmo definire della sobrietà eversiva. Prima di tutto per salvaguardare la propria dignità. L'uomo è ben più di un consumatore. I valori sono ben altro da quelli contabilizzati sul mercato.
La vita è altro dai lustrini luccicanti delle vetrine o dai vestiti griffati. La sobrietà diviene così sinonimo di umanità. L'essere cittadini ha ben altre valenze che l'essere consumatore. Le vetrine colorate delle nostre città diventano quindi innanzitutto il luogo in cui si gioca la nostra dignità. Siamo uomini e cittadini non perché consumiamo, ma perché siamo. Perché ci mettiamo in relazione, perché facciamo nostre gioie, speranze, tristezze e angosce del nostro tempo. In ogni euro che spendiamo giochiamo la nostra dignità. Ma, oltre a questa dimensione, la sobrietà porta in sé un'altra valenza rivoluzionaria, eversiva. Abbiamo scoperto che ogni persona è un microcosmo e che in ognuno di noi c'è il mondo. Che, anzi, noi stessi siamo il mondo. Ne deriva una connotazione "politica" della sobrietà. Si fa politica facendo la spesa. Comprando o non comprando quella cosa, scegliendo accuratamente i prodotti da comprare, sia in base alla loro utilità, sia a partire dalla loro eticità. Ne sono nate tante iniziative: dal commercio equo e solidale, ai bilanci di giustizia, ai gruppi di boicottaggio, alle reti di consumatori solidali, al turismo responsabile, al risparmio etico.
Una sorta di luoghi di resistenza che permettono ad ognuno di riprendersi in mano la propria vita e che rappresentano l'inizio del cambiamento Il mondo lo si cambia anche così. A partire dalle proprie scelte personali. Imparando a non essere schiavi del pil, rifiutando la religione della crescita. Non accettando i riti della liturgia pubblicitaria. In una parola, non portando il proprio cervello e la propria dignità all'ammasso. La politica solidale a questo punto si fa parsimonia, sobrietà, austerità. Può sembrare un messaggio duro e di difficile comprensione. Soprattutto appare difficile costruire attorno questo stile di vita il consenso necessario per renderlo linea politica, programma di governo. Non dimentichiamo che, a suo tempo, Enrico Berlinguer, lanciò l'austerità come modello comportamentale-politico e che ben presto fu costretto a riporlo nel cassetto, perché i primi a non comprenderlo furono gli stessi suoi compagni di partito.
Ora che stiamo vivendo, pur nelle contraddizioni, l'esperienza del movimento che vuole un mondo diverso, è tempo di riprendere in mano questo messaggio. Sapremo cambiare il mondo se innanzitutto non ci adatteremo al suo spirito liberistico. Se ricominceremo dal piccolo a costruire modelli nuovi di consumi e di relazioni. Il movimento vincerà solo se sarà capace di essere "altro". Sia nei comportamenti sia nei modelli organizzativi. Rifiutando le organizzazioni piramidali e strutturandosi sempre di più in rete. E qui può aiutarci soltanto la cotante frequentazione con culture altre dalla nostra che ormai appare totalmente inquinata dallo spirito capitalistico. Ricominciamo a consumare l'indispensabile per vivere, rifiutiamo di vendere la nostra libertà per le lenticchie della "felicità".
Ne guadagneremo noi e ne guadagnerà il mondo.
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