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LA CORSA DI BEN HUR
Tutti noi abbiamo visto almeno una volta il film "Ben Hur": si tratta di una grande saga che culmina con la vittoria dell'eroe del film nell'arena dove corrono le bighe e dove tutto è permesso per vincere. La scena della corsa a cavallo è mastodontica e rappresenta il momento forte del film. Durante tale corsa succede di tutto: concorrenti che frustano l'avversario e non i cavalli, ruote con spuntoni messi apposta per distruggere le ruote del vicino. Nessuna regola, solo quella della competizione più assoluta che deve consacrare il vincitore, il quale, per vincere, deve saper resistere ad ogni violenza degli avversari e prevenire le loro mosse. Una corsa dove ognuno ha la possibilità di vincere, purché sia forte, sia in grado di fare qualcosa in più dell'avversario. Nell'arena tutti sono uguali, siano essi romani o ebrei o barbari. Quello che importa è la loro capacità di correre. Alla fine del film Ben Hur vincerà e Messalla -il suo grande nemico- morirà.
La corsa di Ben Hur sembra una parabola del nostro tempo, in cui le regole della concorrenza sono divenute assolute e dove chi non sta al gioco rischia continuamente di soccombere.
GIUSTIZIA
Richard Posner, ex-professore di diritto all'Università di Chicago e oggi Giudice Federale, nominato da Ronald Reagan, in una delle sue opere (1) scrive che "l'esecrabile parola giustizia non vuole dire nulla" e invita i giuristi ad applicare l'economia alle questioni giuridiche per evitare "la tirannia del diritto". Dunque, anche il diritto deve cedere il passo all'economia, che si pone come metro di misura di tutte le cose. Si tratta di una nuova visione del mondo, che entra di peso nella storia e la condiziona nelle sue scelte, spiazzando, forse in modo definitivo, la politica. Cambia l'essenza del dibattito anche politico, che si fonda non più su ciò che è "umanamente corretto" bensì su ciò che è "economicamente corretto". Sono nati così i nuovi profeti del nostro tempo: come Jeffrey Sachs, professore all'Università di Oxford, che ha girato il mondo per imporre la sua terapia di choc economico. Di sé dice: "Tutta l'azione della mia vita consiste nell'aiutare i paesi in situazione disperata a uscire dalle loro crisi economiche. Io sono un economista, matematico, di formazione tecnica e ciò che faccio è basato sulla storia dell'economia". Dal canto suo, un altro profeta della scuola della "correttezza economica", talmente riconosciuto da aspirare a divenire Presidente della Banca Mondiale, di cui è stato uno dei più grandi "economisti", è divenuto famoso per aver giudicato che "il Terzo Mondo era sotto-inquinato". D'altra parte, negli Stati Uniti si è ormai affermata l'idea che anche la politica sia "economia" e che occorre comprendere l'elettore come un consumatore e il candidato come un imprenditore.
NUOVI PADRONI
Il mondo ha "Nuovi padroni". Si intitola proprio così una delle periodiche raccolte edite da "Le monde diplomatique" nel 1995: "Les nouveaux maitres du monde", gruppi giganteschi di capitali hanno concentrato nelle loro mani un potere finanziario di inedita forza a livello mondiale. Essi hanno potuto farlo col concorso zelante dei governanti convertiti al liberalismo di stato e governando la rivoluzione tecnologica e informatica. Assommando potere finanziario e potere dell'informazione, essi hanno "preso in ostaggio" la politica, producendo il fenomeno della "demolizione sociale". I capitali impongono un costo del denaro proibitivo e sottomettono ogni attività alle loro esigenze di profitto e rendita.
Di qui il taglio dei salari e l'insensibilità di fronte alle responsabilità sociali. La disoccupazione e la flessibilità del lavoro divengono strutturali.
Si proclama la fine dell'intervento pubblico dello stato, la deregolamentazione, la soppressione dei prelievi sul capitale, la riduzione della spesa pubblica. Ciò comporta una sorta di dittatura dei mercati finanziari che fa deperire la politica. Succede allora che le popolazioni che non trovano protezione dagli stati e dalle istituzioni internazionali, subiscono la tentazione di rigurgiti nazionalisti ed integristi che tanto si stanno diffondendo oggi.
SFRUTTATI
Qualcuno ha parlato di un nuovo regime transnazionale che sta ponendo le basi del controllo del mondo, o, almeno, di quella parte di mondo utile capace di entrare nella globalizzazione. Si tratta di un regime che, paradossalmente, si presenta come "liberale", come fautore delle libertà personali. Paradossalmente, è proprio in nome di questa libertà, assunta come criterio unico e non discutibile della vita, che i deboli vengono esclusi, che emergono le sacche di emarginazione, che cresce la disuguaglianza. "Oggi assistiamo a qualcosa di più ampio di una semplice discriminazione contro i poveri o contro i gruppi delinquenziali della popolazione. Sta prendendo forma la deliberata esclusione di persone, gruppi, paesi e regioni del mondo. Attualmente, nella nuova logica capitalistica, questi gruppi di popolazione che non possono essere sfruttati per la produzione sono scartati in modo permanente. è in corso una rivoluzione copernicana. Siamo arrivati al punto in cui essere sfruttati è un lusso perché significa non essere esclusi" (2). In teoria, questa sorta di nuovo regime fa propria la carta dei diritti umani; ad ogni persona sono assicurati teoricamente tutti i diritti, dentro ad un mondo che, però, è come uno stadio dove tutti devono correre e dove, per chi resta indietro, non c'è alcuna possibilità di recupero. Proprio come nel film di Ben Hur. è un regime che dei tre grandi pilastri proclamati dalla Rivoluzione Francese -libertà, uguaglianza, fraternità- fa propria soltanto la libertà, ponendo così i presupposti di una disuguaglianza in cui non c'è posto per la fraternità.
FIERA DELL'ECUMENISMO
Nel 1994 un settimanale di affari americano scriveva: "Ci sono in Cina non meno di 350.000 ingegneri specializzati in tecnologia dell'informazione. Il loro salario mensile medio è di cento dollari. Le multinazionali hanno la possibilità di pescare in questo mare così pescoso, a scapito di altri tecnici che costano molto di più" (3). Milioni di impiegati dei paesi industrializzati sono minacciati dalla concorrenza del lavoro a basso costo. Le imprese dettano la loro legge e la legge è pregata di mettersi al loro servizio. In un suo studio del 1994 l'UNETAD scrive: "L'investimento nelle risorse umane, nel loro uso efficace è di importanza cruciale -forse la più cruciale- per i governi e per le firme transnazionali. L'educazione e i programmi di formazione devono rispondere ai bisogni del mondo degli affari, specialmente di quelli a carattere internazionale" (4). Si instaura così la nuova dottrina del capitalismo di fine secolo che troppo spesso può contare anche sull'imprimatur degli stati e delle organizzazioni internazionali. è il tempo di un nuovo ecumenismo liberoscambista che fa leva sull'esplosione generalizzata del sapere, sul trasferimento di tecnologie e sull'emergere di nuove imprese, soprattutto nel mondo asiatico, che nascono ormai come i funghi dopo la venuta della pioggia. Le barriere cadono non in nome del riconoscimento dei valori e delle peculiarità di popoli e persone diverse, ma in nome soltanto della redditività e del profitto. Non a caso negli ultimi tempi circa quattrocento imprese del nord-est italiano si sono trasferite in Slovenia, dove il costo del lavoro è molto più basso e dove sono più deboli le forme di protezione del lavoro dipendente. La Banca Mondiale definisce quello asiatico come un miracolo, anche se ultimamente si cominciano a vedere i segni di una crisi che può avere conseguenze tuttora impensabili: gli scioperi di Seoul ne sono un sintomo...
OLTRE LA SOVRANITA'
D'altra parte, tutti sanno che questo miracolo è stato reso possibile dal lavoro dei bambini, dalla schiavizzazione delle donne e degli operai, dallo sfruttamento sistematico di una manodopera a basso costo. Una cosa tuttavia è certa. Se anche le tigri economiche asiatiche sembrano uscire dal sottosviluppo e decollare economicamente, esse rischiano di restare delle vere e proprie colonie. Alcuni dati lo dimostrano: il 90% delle 37.000 firme transnazionali e delle loro 206.000 filiali ha i suoi centri direzionali al Nord del mondo e le prime cento di loro - tutte con sede nei paesi del Nord - hanno un peso determinante in tutti i settori strategici: capacità di influenzare le politiche dei loro paesi di origine e dell'intero sistema istituzionali mondiale, possibilità di investimenti, dominio tecnologico, possesso dei brevetti. Sono queste le realtà vere di cui si parla nelle statistiche quando vi si legge di investimenti e disinvestimenti da un paese o da una regione verso un'altra regione. Queste imprese hanno infatti la possibilità, senza che ci sia alcun potere che glielo possa impedire, di passare nei loro investimenti da una regione all'altra, solo in funzione del loro profitto e della loro convenienza. Nessuno stato, di conseguenza, ha più la capacità di controllare realmente la propria economia o la propria finanza. Di più, ogni governo nelle sue scelte deve fare i conti con questi centri che ormai hanno acquisito una sorta di potere di vita o di morte: i fatidici "mercati"...
NUOVI EQUILIBRI
Se le linee di tendenza sopra esposte sono tipiche del mondo capitalista, esse negli ultimi anni, in concomitanza con l'accelerazione del processo di globalizzazione, hanno assunto un carattere particolare. Hanno fatto, se così si può dire, un salto di qualità. Nuove contraddizioni sorgono all'orizzonte, o meglio, assumono dimensione cosmica. Intanto nel campo delle innovazioni economiche si assiste ad una strategia che appare tuttora confusa. Sull'asse Sud/Sud e Sud/Est gli stati stanno sempre più passando in secondo piano. Sull'asse Nord/Nord, ciò che è in ballo non è un indebolimento dello stato, ma una pragmatica riallocazione del potere. Ciò comporta la restrizione del potere decisionale nelle mani di un gruppo molto piccolo di persone ed organismi ritenuti in grado di affrontare i nessi tra tecnologia, produzione, riproduzione e distribuzione delle risorse e delle ricchezze. Non sempre questi gruppi di potere hanno un nome e un cognome, e sfuggono così al controllo democratico. Spesso succede, cercando di entrare nelle stanze di coloro che dettano le regole, di trovarsi di fronte a scrivanie vuote, dove tutti appaiono dei funzionari, senza che si riesca a trovare la mente - o le menti - che reggono i fili. Ciò comporta una situazione totalmente nuova anche per quei paesi che fino a ieri erano qualificati come del "Terzo Mondo". Scrive un teologo protestante brasiliano: "La pratica della liberazione cristiana in America Latina si trova oggi ad affrontare una sfida ancora più grande di quella posta dal regimi della sicurezza nazionale. Ancor più seria è l'esistenza di una ideologia totalitaria che cerca di dimostrare la mancanza di ogni tipo di alternativa. Al centro di questa ideologia c'è la perversa nozione delle masse dei poveri come ostacolo alla crescita economica, cioè all'espansione del mercato totale. Secondo quella logica economica, le masse impoverite reclamano diritti fondamentali senza una controparte conflittuale nelle forme della produzione. Sarebbe perciò meglio se semplicemente non esistessero..." (5)
(1) Richard Posner, "Economic analysis of the law", 1977
(2) José Bitencourt, in "Echoes", 9/96
(3) Business week, dicembre 1994
(4) World investment report, Ginevra 1994
(5) José Bittencurt, "La terza guerra globale", 1996
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