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Johannesburg, un summit tossico
da "Il Mattino", agosto 2002
Non nasce circondato dall'ottimismo il summit sulla terra di Johannesburg, a dieci anni da quello di Rio. Per una serie di motivi diversi: innanzitutto il fallimento degli ultimi summit internazionali legati al tema dello sviluppo: quello di Monterrey, che ha licenziato un documento conclusivo pieno di tanti propositi, senza tuttavia stanziare i finanziamenti necessari; poi quello sull'alimentazione, tenutosi a Roma, senza sortire nessun risultato apprezzabile. E ancora i vertici dei G8 prima a Genova poi a Kananaskys, dove si sarebbe dovuto varare un piano speciale per l'Africa che tuttora resta lettera morta. In più, l'11 settembre ha in qualche modo ancora di più ripiegato gli Stati Uniti su se stessi. Il Presidente Bush non sarà a Johannesburg. Per ora la sua agenda è attenta soltanto alla lotta contro il terrorismo internazionale e alla resa dei conti con Saddam Hussein.
Non bisogna poi dimenticare che sull'agenda del summit, a dieci anni da Rio de Janeiro, pesa ancora l'incertezza sulla fine del protocollo di Kioto sulle emissioni di gas nell'atmosfera. A Johannesburg si parlerà di sviluppo sostenibile. Un termine per molti versi equivoco. Il rapporto Brundtland l'aveva definito come l'esigenza di "rispondere ai bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di rispondere ai loro propri bisogni". Una definizione che tocca in maniera quasi esclusiva i paesi ricchi. Chi non ha la possibilità di rispondere neanche oggi ai propri bisogni, non può certo porsi il problema delle generazioni che verranno. Il fatto stesso che il vertice si tenga in Sudafrica, nel continente più povero e più abbandonato manifesta apertamente questa contraddizione.
La quale, anche se non detta, ha attraversato tutta la preparazione del summit. I paesi ricchi arrivano a Joahannesburg più attenti ai problemi ambientali, anche dopo le catastrofi provocate in queste ultime settimane dal cambiamento del clima. I paesi più poveri invece insistono sull'accesso ai beni fondamentali, sulla possibilità di poter godere da parte di tutti dei minimi diritti. Sembra ormai che ad ogni appuntamento internazionale, di qualsiasi tema si tratti, i nodi siano sempre gli stessi: Possibilità di alimenti, di acqua e di medicinali per tutti. Ma ciò comporta una revisione globale dell'economia mondiale, esige la revisione dei meccanismi usurai del debito estero, domanda lo stanziamento di fondi non indifferenti. E da questo orecchio i paesi ricchi sembrano essere sordi. Per questo in diverse aree del mondo, soprattutto in Africa, sta facendosi strada, anche se in sordina, un tentativo completamente nuovo: quello che si potrebbe definire dell'auto-organizzazione.
L'Africa è un continente pieno di risorse. Ha risorse alimentari capaci di nutrire più volte tutti i suoi abitanti; ha le maggiori risorse idriche della terra. In più oggi può contare anche su nuovi leaders democratici (il Sudafrica ne è un esempio). C'è bisogno di non cedere al canto delle sirene dello sviluppo (anche se sostenibile) e riprendere con forza una politica agricola rivolta alla sicurezza alimentare delle popolazioni locali e non alle esportazioni. Attraverso l'ideologia dello sviluppo, cominciano a dire tanti leaders della società civile africana, si è continuato in Africa il dominio coloniale.
Sissoko, leader dei contadini senegalesi, qualche settimana fa, in una conferenza stampa tenuta presso la Fao di Roma, lanciava questa sfida: "quando ci parlano di progetti di sviluppo, di infrastrutture, a quel punto lì noi non ci siamo più. Ci sono loro con i loro interessi e basta. Lo stesso quando vogliono inviarci i loro aiuti umanitari, che mettono in crisi la nostra agricoltura: Noi in Africa abbiamo risorse capaci di soddisfare i bisogni primari di tutti. Dobbiamo metterci insieme e restituire alla nostra agricoltura il suo scopo primario: quello di dare da mangiare alla gente".
Non è solo il leader dei contadini senegalesi. Ci sono tanti in Africa e in altre parti del mondo che la pensano come lui. Anche nei palazzi del governo. Serge Latouche ha definito lo sviluppo come "parola tossica". Forse quello di Johannesburg può diventare il vertice della sua crisi definitiva.
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