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Itinerari per il cambiamento
Sembra che il mondo stia implodendo. Messo in mora dalle scelte politiche ed economiche che si fanno per mandarlo avanti. Sembra partita una corsa a tempo che pare condurre alla distruzione del mondo stesso.
Il problema ambientale, nella sua chiarezza da una parte e nella sua complessità dall'altra, ne è il segnale più visibile. Forse perché ormai abbiamo fatto l'abitudine all'altro segnale che ci viene ogni giorno da chi è escluso da questo mondo e non ha la minima possibilità di soddisfare i propri diritti di base. Alcune cose ci appaiono tuttavia chiare. Innanzitutto l'insostenibilità di questo sistema e, quindi, l'incapacità di coloro che lo sostengono (tutti i governi o quasi, siano essi di destra o di sinistra) ad essere produttori di qualcosa di nuovo.
Questo è un sistema che porta dritto dritto alla guerra, anche di carattere preventivo. Che, assolutizzando il modello di vita occidentale, si pone nei fatti in contrapposizione (fino ad arrivare alla guerra) con chi ha altri modelli di vita e si riconosce in diverse forme culturali. Che porta all'imbarbarimento dei rapporti e rompe ogni forma di dialogo. Che alla fine, assume i muscoli, cioè la forza, come regolatrice delle relazioni.
La guerra più che mai diviene "levatrice della storia". In secondo luogo la consapevolezza che il diritto, così come è concepito e vissuto nella cultura occidentale è incapace di tutelare i diritti, che, anzi, rischia di divenire la forma attraverso cui negare i diritti. Schiacciato dal bisogno di crescere senza regole e senza soste, il mondo globalizzato si scopre incapace di rispondere alle necessità delle persone; costruisce un'economia che non è più saggia amministrazione delle cose di casa per fare vivere le persone, ma che è fine a se stessa e che ha come unico scopo la crescita stessa. Aumenta il divario tra ricchi e poveri, il possesso delle ricchezze si polarizza sempre di più. Sparisce la classe media e aumentano in modo esponenziale le aree di esclusione e di emarginazione, mettendo in crisi anche la vecchia divisione fra Nord del mondo ricco e Sud povero. In più va aggiunto che ogni volta in cui i gruppi e le nazioni più forti, per mettere in atto i loro progetti si scontrano con il diritto positivo, allora se ne sbattono e fanno della loro forza la ragione e il diritto per la loro azione.
Kofi Annan ancora qualche tempo fa ha definito illegittima la guerra in Iraq. Ciò tuttavia non ha spostato di nulla l'atteggiamento degli Usa, che, in più, rifiutano ogni forma di giustizia e di tribunale internazionale. Ne deriva l'inefficacia di quelle organizzazioni, prima fra tutte l'Onu che l'umanità si è data per regolamentarsi. Quasi che ci fosse, in questa parvenza di diritto internazionale una sorta di immunità e di irresponsabilità dei più forti. In terzo luogo è ormai chiaro che siamo di fronte ad un sistema compiuto in cui tutte le parti o stanno in piedi insieme o cascano insieme. Per questo spariscono sempre di più i margini di una politica di carattere riformista e diventa chiara la necessità di porsi in termini completamente nuovi, progettando e sperimentando percorsi che siano alternativi. E' sotto gli occhi di tutti, ci pare, il fallimento degli approcci di carattere riformista, anche se è ancora difficile definire anche solo i contorni di un progetto alternativo.
In questo contesto, anche il diritto rischia di essere completamente asservito al sistema e di perdere il suo ruolo di tutela dei diritti dei più deboli nei confronti dei più forti che dovrebbe rappresentare la sua caratteristica principale. Senza avere la pretesa di essere esaustivi, cerchiamo brevemente di seguito di schizzare la bozza di un itinerario che porti a forme diverse di diritto e - perché no? - ad una nuova visione del diritto stesso.
I no che diventano sì
Entra a questo punto di peso il tema della disobbedienza. Un tema difficile, ma che torna puntualmente nella storia ogni volta che le persone percepiscono il sistema come oppressivo, incapace di dare risposte ai loro diritti. Ogni volta che le persone avvertono che, come afferma Bloch: "chi obbedisce dice ciò che il signore vuole ascoltare". La posta in gioco è sempre la stessa: la soggettività che cerca di riappropriarsi del potere e di non lasciarsi definire da esso. E' qualcosa di iniziale, che viene prima delle forme stesse di resistenza, di opposizione, di ribellione che possono darsi di volta in volta in diversi contesti politici e sociali. Quando un modello di valori creato o imposto da un gruppo dominante rivela l'alto livello di arbitrarietà su cui si fonda, quando mette a nudo i meccanismi simbolici violenti che gli consentono di perpetuarsi, allora la disobbedienza appare la via maestra per delegittimare il sistema. Ma per essere tale la disobbedienza deve avere alcuni presupposti.
Innanzitutto perché sia tale la disobbedienza deve rispondere a due questioni fondamentali: "verso-dove?" e "a-che-scopo?" La vera disobbedienza è sempre costitutiva, costruttiva, propositiva. Non è mera distruzione. E' un "no" che ha di vista dei "sì". Se volessimo scomodare Max Weber diremmo che la disobbedienza è caratteristica tipica dei profeti e degli utopisti. La profezia richiama alla gratuità, la sua indisponibilità a far parte di qualsiasi categoria professionale o sociale. Quindi la sua irrudicibilità al sistema. L'utopista rimanda invece ad una serie di valori primigeni, cerca di scoprire il possibile nelle pieghe del presente e di annunciare un mondo diverso e migliore. Portata al tema che affrontiamo questa riflessione ci porta a dire che la disobbedienza prima di essere un gesto, è un atteggiamento. Che tocca innanzitutto le scelte personali. Diciamo di più: solamente un atteggiamento disobbediente dal punto di vista culturale e personale è capace di incerare i gesti di disobbedienza.
Tocca quindi innanzitutto la cultura, il modo di pensare e di agire di conseguenza a livello personale. Fino ad arrivare a scelte di radicalità che caratterizzano la quotidianità. Non è facile l'atteggiamento disobbediente, anche perché, secondo quanto afferma Luhmann: è interesse del potere non la coercizione, ma l'obbedienza spontanea.
I no e i sì collettivi
L'atteggiamento di disobbedienza porta inevitabilmente a incontrarsi tra coloro che sono insoddisfatti del sistema e che lo vogliono modificare radicalmente. Quando i disobbedienti si incontrano si crea il luogo della programmazione comune delle disobbedienze. Nasce a questo punto un progetto di disobbedienza collettiva, organizzata. E' il sistema sperimentato in maniera molto efficace da Gandhi nella lotta di indipendenza dell'India. Pensiero e prassi della nonviolenza vanno rivisitati e ricollocati nel tempo in cui stiamo vivendo, quello della globalizzazione. La disobbedienza collettiva fino ad oggi è stata vissuta soprattutto attraverso campagne, come le diverse proposte di boicottaggio, fino a scelte di carattere collettivo, come quelle dei gruppi di acquisto o dei bilanci di giustizia. Sono infatti questi gesti di disobbedienza collettiva che assumono dimensione politica. Nel contempo vanno cercati luoghi e scelte di sperimentazione del nuovo, quasi di anticipo del futuro. Vanno in questa direzione, ad esempio, le esperienze che riguardano l'economia: da quelle del commercio equo, fino alle esperienze di bilanci e di investimento di carattere etico. Va da sé che la disobbedienza organizzata deve avere le sue regole.
Innanzitutto quella della nonviolenza come prassi di fondo. Non è disobbediente - ci si scusi il gioco di parole - la disobbedienza violenta, proprio perchè risponde alle logiche violente del sistema. Così come deve essere partecipata e non leaderistica. Soprattutto deve avere intenti e scopi chiari che non siano soltanto quelli di una pura visibilità mediatica o della ricerca di piccole fette di potere. "la disobbedienza nella società complessa - afferma il sociologo Enzo Pace - rappresenta l'ultima risorsa possibile per aprire canali di partecipazione, per far rivivere la speranza nel mutamento. Il disobbediente è colui il quale non si stanca di suscitare conflitti e interdizioni nella convinzione che solo così facendo resta aperta la possibilità perché il sistema non si ripieghi più su se stesso divenendo cieco e sordo, ventre molle che tutto respinge pur tutto tollerando. infine è colui che si incarica di spostare sempre più avanti la linea delle garanzie formali, incalzando il potere, convincendo che tali garanzie non sono mai sufficienti e che occorre veramente dare spazio alla partecipazione".
I Diritti, oltre al diritto
Restano a questo punto aperte due grosse questioni: la prima le strade per la creazione di un diritto altro. La seconda invece che riguarda la necessità di mantenere al diritto la sua caratteristica che potremmo chiamare "minimalistica". Il diritto, infatti, non sarà mai capace di rispondere ai sogni, ai desideri, ai progetti reali e profondi delle persone e delle società. Per quanto riguarda il primo punto, si pongono davanti a noi almeno due prospettive: una di carattere riformista che cerca di cambiare il diritto con riforme successive, accettando però lo scheletro del sistema. E' quanto, ad esempio, come ci viene detto in questo dossier circa le strategie per elaborare e rendere effettivo un vero e proprio diritto internazionale. Da una parte coloro che lavorano per la riforma delle istituzioni esistenti. Dall'altra chi invece ritiene che vadano esperite strade diverse a partire dal basso e cominciando a costituire nuove istituzioni democratiche internazionali. Finalmente è necessario mantenere il diritto al suo posto. Proprio per le sue caratteristiche, come abbiamo avuto modo di vedere sopra, esso è incapace di riconoscere le diversità sia delle persone che delle culture (la legge è uguale per tutti), sia di evolversi con il passare del tempo. E' necessario si tenga conto di questo per attuare scelte politiche veramente rispondenti alla salvaguardia dei diritti di tutti.
Diciamo, quindi, che in nome della solidarietà il diritto va interpretato, anche inventando di volta in volta risposte diverse a problemi diversi. Superando tabù e remore che impediscono di uscire da logiche meccaniche e matematiche. Esempio di queste nuove forme di elaborazione e di interpretazione giuridiche ci è dato dalle scelte che molti paesi africani - primo fra tutti il Sud Africa - stanno facendo in vista della riconciliazione sociale dopo anni di guerre o di tensioni.
La legge della bilancia - simbolo del diritto - occhio per occhio, dente per dente, altro non fa che aumentare il circolo della violenza, senza capacità di risolvere in termini umani, i conflitti sociali. Costruire una società solidale domanda che entri nella risoluzione dei conflitti anche un'altra categoria che troppo spesso abbiamo ritenuto impolitica: quella del perdono.
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