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Inni e grida


Giovanni Paolo II sul balcone el palazzo della Moneda. 'L' immagine ha fatto il giro el mondo. Un dittatore sanguinario insieme col Pastore della Chiesa, nello stesso palazzo che vide la fine drammatica di Salvador Allende. Si parla e si discute animatamente. I giornali pubblicano ampi servizi, i commentatori si avventurano in spericolate in-terpretazioni. Se ne discute al bar e nelle radio private. "Ha fatto bene il Papa ad andare in Cile?"; "Come avrebbe dovuto comportarsi?". Ieri un amico mi domandava: "Ha vinto il Papa o ha vinto Pinochet?".

La realtà ancora una volta ci pare più complessa e, forse, per capire, bisogna guardare oltre, situando anche questo viaggio papale in un contesto più ampio. Oggi non è più possibile guardare la chiesa con le categorie di ieri. Essa è una realtà composita, dove le chiese locali, soprattutto nel Terzo Mondo, vanno acquistando sempre più soggettività. C'è una vivacità ecclesiale che fino a poco tempo fa neanche si poteva immaginare.

Quella della chiesa sta divenendo sempre di più una realtà policentrica che domanda anche una revisione delle modalità con cui tradizionalmente si è manifestato il ruolo di Pietro. Il Papa, per svolgere il proprio ministero, non può più fare riferimento solo a Roma. Ha bisogno di entrare nel vivo di realtà diversificate vissute in prima persona dalle singole chiese locali. È quanto ha capito Papa Woitila, il quale, fin dall'inizio del suo Pontificato, ha dato ampio spazio ai viaggi apostolici che sono divenuti parte integrante, se non prioritaria, del suo ministero. I viaggi, in questo modo, sono divenuti la risposta del Papa alla complessificazione della realtà ecclesiale.

Una risposta certo parziale, ma in questo momento forse unica. Ma la realtà è in movimento e la risposta, almeno nelle modalità, non può non essere provvisoria e non soffrire di contraddizioni. Come quella - forse la maggiore - che costringe il Papa a viaggiare nella sua duplice veste di Pastore della Chiesa, ma anche di capo di stato. Di qui gli equivoci.
Di qui rincontro - purtroppo inevitabile - con Pinochet e con i vari dittatori che costellano la geografia politica di questo mondo.

A Santiago, mentre il Papa celebrava l'Eucarestia, seicento persone sono rimaste ferite in manifestazioni represse prontamente - e alla cilena - dai carabineros. Un giovane senza casa veniva ucciso in un quartiere della città. Non vogliamo entrare direttamente nel merito dei fatti. Solo ci sembra che occorra riflettere sulla realtà difficile di questo mondo in cui anche il momento più alto della fede è costretto - lo si voglia o no - a fare i conti con drammi spaventosi che minacciano la vita dell'uomo. Anche il tempio è contaminato. E non ci può essere nessuna preghiera che non si intrecci drammaticamente col grido dei poveri che chiedono giustizia, con i prigio­nieri, i torturati, i senza casa, i morti di fame.
Ormai le nostre liturgie non sono più accompagnate da inni, ma da grida. Occorre saperlo.