eugenio melandi

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In nome della legge


"Il Figlio dell'Uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto"

Per tutta la sua vita aveva lavorato a riscuotere le tasse. Nulla di più legale. Anche se ciò significava essere in combutta con i romani oppressori ed estorcere a loro nome denaro al popolo. Non aveva nulla da rimproverarsi. Aveva sempre fatto tutto secondo la legge. E non aveva paura, neanche quel giorno, di stare ad aspettare che Gesù arrivasse.
Lo voleva vedere, questo uomo di cui tutti parlavano. Anche perché un giorno - lo aveva sentito dire - un suo collega aveva abbandonato tutto e lo aveva seguito sulla strada. La cosa che più lo aveva meravigliato, infatti, non era stata la scelta di Levi - Matteo, ma piuttosto il fatto che Gesù lo avesse voluto fra i suoi.

Sapeva bene, infatti, il disprezzo con cui tutti i bravi Giudei trattavano quelli come lui. Lo aveva aspettato ed era anche salito su un albero per poterlo vedere. Non pensando, forse, che in questo modo Lui lo avrebbe potuto a sua volta vedere. Poi d'un tratto, tutto era cambiato. Si era trovato a casa, ad un banchetto con Lui e con i suoi. Un riconoscimento inaspettato. I fatti si erano susseguiti in maniera tale che neanche lui riusciva a metterli in una connessione logica. Lui lo aveva chiamato, si era autoinvitato a casa sua. E adesso era lì. Non gli aveva chiesto niente. Ma il messaggio che andava portando avanti lungo la strada non poteva lasciarlo indifferente.

"Ecco, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho rubato a qualcuno gli restituisco quattro volte tanto". Gli era venuto detto tutto d'un colpo. Senza bisogno di stare tanto a pensare. Perché, forse prima non lo aveva capito, tutto era cominciato non quando Gesù lo aveva chiamato, ma un attimo prima, quando, d'istinto, era salito sull'albero per vederlo. C'era bisogno di quel piccolo gesto perché tutto cambiasse. Adesso finalmente era libero. Talmente libero da non avere più nulla da salvare, da trattenere. Su quell'albero era andata in crisi la legalità che spacciava in giro quando voleva difendersi. La legge era stata fatta dagli oppressori per poter opprimere meglio il popolo.

E lui, per tanti anni, non si era accorto che proprio seguendo la legge si allontanava da Dio e si metteva contro la sua gente. Su quell'albero non aveva visto soltanto il Maestro che passava, ma d'un tratto aveva visto la sua vita e quella degli altri con occhi diversi. Aveva scoperto che la sua legalità opprimeva ed uccideva. Che la sua legge era iniqua e che in tutta la sua vita altro non aveva fatto che rubare legalmente.

Al di là dell'esperienza personale di questo uomo, la storia di Zaccheo si è ripetuta lungo i secoli e continua a ripetersi anche oggi. In nome della legalità si continuano a perpetuare abusi e oppressione. È stato in nome della legalità che si è fatto il colonialismo, si è giustificata la tratta degli schiavi e perfino il genocidio. E oggi in nome della legalità di mercato l'Organizzazione mondiale del commercio impone le sue norme che arricchiscono i ricchi e impoveriscono i poveri. In nome della legalità si continua a pretendere il pagamento di un debito ingiusto, odioso e più volte pagato.

In nome della legalità si fa perfino la guerra. E, purtroppo, pare non ci sia nulla da fare. Perché i padroni della legge sono arroccati nei loro castelli e nelle loro convinzioni. Non hanno il coraggio di scendere sulla strada e di arrampicarsi sull'albero per vedere Lui - il Figlio dell'uomo - che passa. Loro hanno la cappella privata e il "loro" Dio che passa pensano di poterlo incontrare seduti sulle loro certezze legali e non arrampicati su un sicomoro.