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IL FETICCIO DELLA PROPRIETA'


"La proprietà privata è il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato, del rapporto di estraneità che si stabilisce tra l'operaio, da un lato, e la natura e lui stesso dall'altro. La proprietà privata si ricava quindi mediante l'analisi del concetto del lavoro alienato, cioè dell'uomo alienato, del lavoro estraniato, della vita estraniata, dell'uomo estraniato" (K. Marx)

"Non è del tuo avere che tu fai dono al povero, non fai che rendergli ciò che gli appartiene. La terra è data a tutti, non solamente ai ricchi"
(S. Ambrogio)

"Non appropriarti di ciò che appartiene al Signore, ma donalo al prossimo. Parlare di "mio" e di "tuo" significa soltanto pronunciare parole senza senso. Se sostieni che la casa è tua, si tratta di una affermazione priva di significato, giacché l'aria e la terra e la materia appartengono al Creatore, come anche tu stesso, che hai costruito questa casa e qualsiasi altra cosa. Non sai che saremo accusati del fatto di aver male amministrato i beni? Non dire, allora: "sperpero i miei beni, me li godo", giacché non sono certo tuoi, ma appartengono agli altri"
(S. Giovanni Crisostomo)

Tre frasi che già da sole mettono in crisi il concetto di proprietà come valore assoluto. Proprietà è parola e concetto estremamente complesso, tanto da far dire a De Lillo che "il concetto di proprietà cambia di giorno in giorno, di ora in ora". Ne 1839 Savigny scriveva:
"Il contenuto della proprietà è l'illimitato ed esclusivo dominio di una persona su una cosa". Ma poco dopo era costretto ad aggiungere che "ciò ha come effetto la possibilità della ricchezza e della povertà, entrambi senza limiti". Di qui ciò che scriveva Tocqueville: "Presto la lotta politica si svolgerà tra possidenti e quelli che non posseggono nulla. Il gran campo di battaglia sarà la proprietà".

Proprio per questo le politiche e le costituzioni nel continente europeo, da un certo momento in poi "mettono in diretto rapporto interessi proprietari e altre categorie di interessi e determinano per tale via una relativizzazione del concetto stesso di proprietà" (Rodotà).
Nascono così, soprattutto nel dopoguerra, i tentativi "di sottrarre la proprietà al suo destino individualistico", ovvero i vari esperimenti di proprietà collettiva: dai Kibbutz israeliani ala ricerca di trasferire in modo indolore dagli azionisti ai dipendenti. Ma essi, continua Rodotà, rappresentano "l'ultima stagione in cui tenta di riprendere questo tipo di questione proprietaria". Resta tuttavia il problema che oggi si pone a livello mondiale. L'assolutizzazione della proprietà porta inevitabilmente, come si diceva sopra, la possibilità di ricchezza e povertà senza limiti. Che le 200 persone più ricche del mondo oggi abbiano a disposizione fondi pari a tre miliardi di persone ne è l'esempio più chiaro.


Nuove forme di proprietà
Se il concetto di proprietà cambia di giorno in giorno e di ora in ora, oggi dobbiamo soprattutto affrontare le nuove forme attraverso cui oggi la proprietà si esprime. Se ieri la lotta sulla proprietà si è manifestata, soprattutto da noi in Europa e in occidente, nelle lotte per la terra. Ogni paese europeo ha avuto la sua stagione di lotte che hanno portato alla riforma agraria. Una lotta, si badi bene, che oggi nel mondo continua ancora. Si pensi ai Sem terras del Brasile o alla questione della proprietà delle terre in Zimbabwe o in tanti altri paesi soprattutto dell'Africa o dell'America latina. Oggi la sfida della proprietà assume a livello mondiale, anche nuove forme.

In primo luogo le nuove proprietà della conoscenza o di appropriazione delle biosfera. Quella che viene chiamata "proprietà intellettuale" e che ha come conseguenza la proprietà dei brevetti. Quello della proprietà intellettuale è il nuovo grande campo di battaglia. La questione dei brevetti dei farmaci di cui tanto si continua a discutere oggi, soprattutto in relazione alla possibilità di accesso ai farmaci da parte dei paesi poveri, ne è un chiaro esempio. Ma ci sono anche altri settori su cui lo scontro si sta facendo forte. In nome della proprietà intellettuale, ad esempio, alcune università americane rivendicano il diritto di entrare nei computer dei professori, in quanto essi appartengono all'università stessa. Il docente deve rinunciare al diritto che trae dal corso universitario. Se scrive una propria monografia, ha il diritto di averne vantaggio economico, ma se questa monografia diventa un corso, allora diviene di proprietà dell'università.

Si pensi, ancora, al diritto di spamming nei computers, con l'intervento diretto per fare pubblicità. Qui si scontrano le logiche di utenti e di provider. I settori di dibattito diventano molteplici. Si pensi, ad esempio, alle ricerche che implicano test e ricerche nei paesi in via di sviluppo. A chi appartiene il risultato di questa riverca? Chi ne deve avere profitto? Ed è giusto che ci sia un profitto? C'è poi un secondo campo in cui oggi si discute il concetto di proprietà e la sua attualizzazione. Quello che potremmo definire il diritto di proprietà sull'ambiente, che poi diviene il problema del rapporto tra presente e futuro. La terra è un bene non dato, ma "affidato" perché sia conservato per i nostri figli. Questo concetto si fa critica nei confronti di ogni politica o di ogni economia che distrugga i beni e le risorse non rinnovabili del pianeta e che consegni un pianeta invivibile a chi verrà dopo di noi.

Scrive ancora Rodotà: "Il terreno dell'ambiente è stato quello in cui negli ultimi anni si è esercitata la più forte critica di massa alla nozione di proprietà come diritto esclusivo di utilizzazione dei beni". Ma forse il terreno di maggior dibattito oggi è quello che si potrebbe definire il rapporto tra il diritto di proprietà e gli altri diritti. Un dibattito che vede schierate da una parte logica proprietari e logica non proprietaria. Tra i beni che possono stare nel mercato e beni che devono esserne sottratti. Nella discussione per i brevetti, ad esempio, quale diritto è prevalente? Quello alla proprietà o quello alla salute. Entrano a questo punto in campo quelli che vengono normalmente chiamati "Beni comuni".

Beni, cioè, che appartengono a tutti indistintamente: acqua, aria, cibo, ambiente. Qui si apre il campo ad una nuova riflessione che diviene urgente in nome, appunto, dei diritti di tutti. Altrimenti saremmo di fronte ad un diritto ipostatizzato, quello della proprietà, di fronte al quale tutti gli altri diritti dovrebbero cedere. Ma ciò significherebbe costruire, in nome del diritto, un mondo senza diritti. O, meglio, un mondo in cui i diritti diventano dei beni immessi nel mercato, venduti al migliore offerente. I processi di globalizzazione sembrano consegnarci un mondo sempre più diviso tra coloro che "sono dentro" e coloro che "sono fuori". Dove agli inclusi sono assicurati - nei fatti - tutti i diritti.

E dove agli esclusi i diritti vengono enunciati come un orizzonte a cui potranno aspirare solo se saranno capaci di "entrare dentro". La proprietà, a questo punto, diviene un feticcio a cui sacrificare tutto, anche la vita. In questo caso la solidarietà diventerebbe frutto di generosità, elemosina e assistenza. Non sarebbe altro che "capitalismo compassionevole" lasciato nelle mani degli "inclusi". La vita diverrebbe non un diritto, ma un regalo o un'elemosina che i "possidenti" dall'alto della loro bontà concederebbero a loro piacimento.
E' la fine dei diritti.