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Il buon senso made in Usa
da "Solidaietà Internazionale"
"Abbattiamo gli alberi prima che brucino". E' stata questa la soluzione trovata dall'ineffabile G. W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d'America, ai disastri provocati dagli incendi che hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di bosco. Tutto intento a portare avanti la sua guerra santa contro il terrorismo, preso dai preparativi di un attacco all'Iraq di Saddam Hussein, non ha tempo il presidente americano di avere a cuore altri problemi. La terra rischia di morire soffocata dai gas di scarico? Che importa? Il protocollo di Kioto non può essere firmato. Ne andrebbe a scapito il benessere della nazione più ricca del mondo. Ci sono nel mondo oltre un miliardo e mezzo di persone che non hanno accesso all'acqua potabile? Non è un problema per gli Usa, che non possono permettersi di spendere soldi per aiutare i più poveri.
Lo ha detto a chiare lettere a Monterrey, all'unico vertice mondiale a cui si è recato. Agli altri ha deciso di non andare. Non a Roma al vertice sull'alimentazione. Neanche a Johannesburg. Che senso avrebbe andarci per dire le stesse cose? Intanto anche la grande alleanza sembra scricchiolare. L'attacco all'Iraq non raccoglie i consensi sufficienti e gli Usa rischiano di trovarsi soli. In più con tragici problemi aperti: la situazione in Medio Oriente che più esplosiva di così non potrebbe essere e un'economia che segna il passo, anche a causa degli scandali finanziari a cui non sono estranei il Presidente e il suo entourage. Lui, il Presidente sa di non essere capace di gestire la quotidianità.
Sa che se non ci sono eventi eccezionali che uniscano intorno a lui gli americani, la sua popolarità rischierebbe di sparire. Il 90 e più per cento di consensi ottenuti all'indomani dell'11 settembre già è sceso e sta toccando il livello di guardia. Occorre fare qualcosa. La guerra contro l'Iraq può essere il nuovo coagulante capace di ridargli consenso. Non importa se questo comporterà spese enormi in armamenti: è un modo anche questo per rimettere in movimento l'economia. Né importa che per tanta gente innocente, quella che non conta e che è costretta a subire sia Saddam Hussein che altri dittatori, le sofferenze si aggiungano alle sofferenze. Né al Presidente interessa molto che in nome della lotta per la democrazia e la libertà, si siano compiuti misfatti enormi. Lo dimostrano le fosse comuni, piene di cadaveri di Talebani rinvenute in Afghanistan. Il fine, giustamente, giustifica i mezzi. E' il motto di ogni "principe" da Macchiavelli in poi.
Ma quale fine? Non certo quello dell'avvento della democrazia. Né della pace in un mondo che appare sempre più turbolento. Sarebbero altri i mezzi per raggiungere questo fine. L'unico fine, non detto, ma tanto chiaro, resta sempre e solo la riproduzione del sistema di potere.
Con gli Usa unici padroni del mondo. E con lui, G.W.Bush, petroliere, figlio erede di petrolieri, come presidente.
Che senso avrebbe allora andare a Johannesburg? Firmare il protocollo di Kioto? Accettare la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia voluta dalla Nazioni Unite? Non c'è bisogno di tanto. Basta un po' di buon senso. Quello appunto di chi dice che la soluzione al problema degli incendi dei boschi sta nell'abbattere gli alberi prima che prendano fuoco. In questo modo, forse, G.W. Bush, pensa di ritrovare il consenso della sua gente che lo ha eletto presidente per il rotto della cuffia. Resta soltanto un dubbio: è proprio democratico che un presidente, eletto da una minoranza di americani (la maggioranza ha disertato le urne) imponga il suo "buon senso" non solo agli americani, ma a tutto il pianeta?
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