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I verbi della solidarietà


Il virus liberale
Nei dossier di quest'anno abbiamo scelto di trattare "i verbi della solidarietà". Una trattazione non teorica, bensì che parte dalla storia. Dall'esperienza che ognuno di noi sta vivendo in questo mondo che si presenta sempre nello stesso tempo come "meraviglioso e tremendo", secondo l'incisiva espressione usata da Paolo VI nel suo testamento.
Nel corso di questi anni di riflessione, siamo andati capendo che oggi solidarietà a tanti appare come virtù debole e perdente. Si vince se si compete. Se ci si mette in concorrenza. Se si corre tutti affannosamente nella grande arena della storia, utilizzando ogni mezzo pur di arrivare in testa. Pur di vincere. Ne nasce una sorta di disgregazione sociale che divide, in una successione senza fine, gli ultimi dai penultimi, dai terzultimi e via andando. Ci si trova così a vivere in una società di monadi. Isolati gli uni dagli altri. Con la tendenza a rinchiudersi nel giro sempre più stretto dei propri amici e familiari.

Gli altri? Bisogna guardarsene. Sono tutti possibili concorrenti. Cerchiamo tuttavia di capirci bene. Nessuno oggi nega che la solidarietà sia virtù importante. Tutti, anche i fautori della competitività la giudicano tale. Ma essa viene relegata tra le virtù private o da praticarsi nei confronti di coloro che "restano indietro". Viene lasciata alla generosità dei singoli e dei gruppi. Ne deriva una visione assistenzialistica della solidarietà.
Nella società impera invece la competizione e i rapporti sociali sono regolati dalla conflittualità economica come molla per il progresso. Torna, sotto altre forme, la formula hegeliana della violenza come levatrice della storia. Della guerra come regolatrice della convivenza. Non abbiamo ancora capito che, come diceva Albert Einstein, dobbiamo cambiare radicalmente modo di pensare se non vogliamo condannarci all'autodistruzione. "Verso la fine del xx secolo un male ignoto colpì il mondo. Non tutti morirono, ma tutti ne furono in qualche modo contagiati. Al virus, all'origine dell'epidemia, fu dato il nome di "Virus liberale" (Samir Amin).

In questo contesto, la solidarietà rappresenterebbe un elemento correttivo dei danni maggiori provocati dalla competizione e dalla violenza. Quasi che fosse impossibile immaginarsi un mondo in cui tutti si sentano responsabili di tutto. Una macchina ad alto consumo umano Il virus liberale (forse meglio sarebbe dire liberista) che ha contagiato l'umanità ha grandissimi costi umani e porta con sé una serie di conseguenze che rendono il mondo sempre più polarizzato tra utili e inutili, tra persone "risorse" e persone "di troppo". Esaminiamone brevemente alcune, seguendo il pensiero di Samir Amin:

1. la questione agraria: l'agricoltura "liberale" rappresentata dalla una nuova classe dei contadini ricchi o dai fondi messi ad agricoltura dalle multinazionali dell'agro-business, si prepara a dare l'assalto all'agricoltura contadina, dopo il via libera ottenuto dal Wto a Doha nel 2001. Se i prodotti agricoli ed alimentari verranno integrati nelle regole generali della concorrenza, e saranno resi merci "come tutte le altre" le conseguenze saranno disastrose. Miliardi di contadini non competitivi saranno costretti a scomparire nel breve lasso di poche decine di anni. Nei prossimi cinquant'anni, nessuno sviluppo industriale, riuscirebbe ad assorbire una massa così imponente di persone. Ne nascerebbe un mondo (già in parte realizzato) fatto di una enorme distesa di bidonvilles che raccolgono in un oceano di miseria cinque miliardi di esseri umani che sarebbero "di troppo".

2. una nuova questione operaia: la gran massa dei lavoratori dei moderni segmenti di produzione è costituita da lavoratori salariati. Essi si suddividono in due grandi gruppi. I lavoratori "stabili" nel senso di essere sufficientemente garantiti nel loro posto di lavoro, e quelli precari. Nell'arco della seconda metà del xx secolo la proporzione delle classi popolari precarizzate è passato da meno di un quarto ad oltre la metà della popolazione urbana globale. Con un processo continuo di "pauperizzazione". La povertà non è più, dunque, un fenomeno stabile, bensì, dinamico tanto che si dovrebbe parlare non più di "povertà", bensì di "modernizzazione della povertà". Un fenomeno che non è correggibile con le favole del millennium goal.

3. la democrazie a bassa intensità: l'ideologia dominante, quella del mercato come regolatore supremo di tutto, appare sempre più priva di alternative: ne deriva una sorta di "democrazia a bassa intensità". Si può votare come pare e piace. Non avrà grande rilevanza dato che le decisioni vere non si prendono nel Parlamento, bensì sono già assunte altrove. Nel mercato, appunto. (Si veda, in proposito l'intervento di Serge Latouche in questo dossier). Una situazione pericolosa che può condurre all'erosione di credibilità delle istituzioni democratiche.


Resistere, resistere, resistere
Visto con gli occhi degli studiosi, che cercano di scoprire le correnti anche sotterranee che gli fanno da sfondo, questo sistema sociale si presenta, dunque come una sorta di ideologia (quasi un dogma di fede) messo a punto dai sistemi forti per impadronirsi del mondo. Spesso, tuttavia, visto con gli occhi della gente, appare come l'unico sistema capace di creare ricchezza e di dare opportunità a chi è capaci di spendersi e di concorrere. Un sistema, dunque, che si presenta bello e luccicante all'esterno, pur basandosi su regole i cui conti tornano sempre e solo nelle tasche dei più ricchi. Roger Garaudy lo definiva già tempo fa come una nuova religione. Con i suoi riti; con i suoi templi. Con le sue liturgie. Con tutta una serie di messaggi che vengono inviati attraverso i mezzi più sofisticati, il sistema propone se stesso come unico, come capace di donare felicità. Il mercato si promuove attraverso i suoi stessi prodotti.

Tanto che - come ormai si dice in tanti - lo stesso fare la spesa diviene o accettazione o rifiuto del sistema stesso. Dietro ad ogni prodotto proposto non c'è infatti soltanto il prodotto in sé, ma una proposta di vita. Ecco perché ci pare che il primo verbo della solidarietà sia proprio "resistere". Essere, cioè, capaci di dire di no. Essere disobbedienti prima ancora che alle regole non scritte di questa proposta, alla sua filosofia, ai suoi contenuti più profondi. Si tratta di un'operazione che non può non cominciare dall'interno di ogni persona. Dalle proprie scelte personali. Tante possono essere le forme di disobbedienza e di resistenza. Cerchiamo di elencarne alcune, senza la pretesa di essere esaustivi. Il silenzio: essere capaci di raccogliersi in se stessi pur nel rumore della città. Trovare il tempo per riflettere, pensare, meditare. Per chi è credente, per pregare. Fare silenzio significa avere il tempo di conoscersi e di interrogare se stessi, andando alle sorgenti della propria umanità. Recuperando il significato profondo dell'essere persona, al di là dei consumi e del mercato.

Si pensi ai rumori assordanti delle discoteche, in cui diviene impossibile comunicare. Oppure alla solitudine profonda che spesso viene nascosta dalle cuffiette del Wolky-toki, con cui ci si isola dal mondo circostante. La convivialità: nel tempo delle solitudini in cui ogni persona viene educata a competere con gli altri, è tempo di riscoprire la convivialità, l'amicizia, il dialogo interpersonale. E' tempo di ricostruire luoghi di incontro. Imparare a conoscere i propri vicini di casa, i propri condomini. Parlare in famiglia. Riprendere anche le forme tradizionali di incontro, ad esempio tra vicini di casa. Spegnere ogni tanto il televisore e preferire il dialogo e l'incontro. L'essenzialità: respingere i bisogni indotti appositamente dal mercato, rimettendo le cose al loro posto: i vestiti, ad esempio, servono per coprirsi e non soltanto per essere leganti. Di qui il rifiuto delle griffe. L'automobile per muoversi e non per apparire. E via di questo passo.

Il mercato ti fa comprare e buttare tutto in fretta in una rincorsa senza fine all'ultimo modello. Occorre abbandonare questa logica. Di qui la necessità di selezionare le cose che si comprano senza farsi prendere dai lustrini del mercato. La capacità di sognare: ciò che vediamo non è tutto. E' solo una parte del mondo che siamo chiamati a vivere. Si tratta allora di allargare questo mondo attraverso il sogno. Dobbiamo imparare ad avere visioni, a immaginarci il futuro secondo le nostre aspirazioni umane più profonde. Siamo, come dice un sociologo latino americano, Ruben Alves, "figli del domani". Chiamati continuamente a superare il muro dell'impossibile per guardare oltre (contemplazione) e riprendere la nostra vita presente vivendo "la nostalgia del domani". Cercando di costruire, a partire dai nostri comportamenti, il mondo diverso che immaginiamo. Si tratta di tante piccole-grandi forme di disobbedienza creativa che, a nostro avviso, ci permettono di continuare ad essere noi stessi, senza farci trasformare in meri concorrenti-consumatori nella grande arena del mercato.


Dal no personale al no collettivo
La resistenza individuale - indispensabile - non è sufficiente se non si organizza e diviene resistenza comune, collettiva. Per essere politica - raggiungere la polis - ha bisogno innanzitutto di raccontarsi. I sogni e le aspirazioni vanno condivisi. Poi di organizzarsi. C'è bisogno di disciplina per poter essere capaci di mettere in crisi un sistema forte come quello che abbiamo di fronte. Organizzarsi significa trovare atteggiamenti collettivi, scegliere le priorità da raggiungere. Sacrificare a volte le proprie idee personali per camminare accanto e insieme agli altri. L'organizzazione deve portare all'incontro con altre esperienze analoghe. E tutti insieme all'avvio di forme di "campagna" per raggiungere gli obiettivi che si ritengono importanti. Va, in una parola, costituita la "rete dei resistenti e dei disobbedienti".

Porto Alegre è una prova del fatto che solo uniti si riesce ad essere incisivi. Racconto-narrazione. Organizzazione. Rete dei resistenti. Passaggi di un cammino che porta a cambiare il mondo. In questo contesto le azioni possono essere tante: dal consumo critico, al commercio equo e solidale; dai bilanci di giustizia al boicottaggio di prodotti fabbricati non eticamente; dall'obiezione di coscienza alla guerra all'esercizio del volontariato; dalla banca del tempo alla finanza etica. Questo dossier avrebbe potuto essere molto più ampio e riportare tantissime esperienze di resistenza che si stanno vivendo nel mondo. Ne abbiamo scelto alcune come esempio. Quello che ci importa mettere in evidenza è il contesto in cui queste esperienze devono essere, a nostro avviso, vissute: quello appunto di una resistenza e di una disobbedienza creativa, che necessita di adesione individuale e di organizzazione collettiva.
Per sconfiggere il "virus liberista" è necessario, quindi, ricominciare dall'inizio. Dal momento in cui l'uomo e la donna hanno cominciato ad abitare il pianeta. Rimettendo tutto al proprio posto. Innanzitutto l'uomo che non può mai divenire una semplice risorsa ad uso e consumo di un mercato che, se assolutizzato, diviene la tomba di ogni diritto.