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Ecologia
Uscire per strada, abbracciare un albero e chiedergli scusa. È quanto si dovrebbe fare oggi di fronte agli attentati alla natura che vengono sistematicamente consumati dal culto al mito del progresso. Non solo gli alberi ne sono intaccati, ma la vita stessa dell'uomo. Dove stiamo andando? Quale fine ha il nostro cammino? Che tipo di futuro stiamo preparando per le generazioni che verranno? Con le scorie radioattive abbiamo già ipotecato duemila anni di storia. Quale è la missione della Chiesa davanti ad un mondo che pone sempre più fra parentesi il diritto alla vita in nome dì chissà quali frontiere scientifiche da superare? Che cosa fare per uscire da questa gabbìa che tutti ci racchiude in uno spazio che ha il sapore della morte? La politica è incapace di reagire posta davanti alla necessità di dire sempre di "si" ai padroni dell'economia.
L'economia ha preso la propria strada divenendo legge a se stessa così che pare che nella misura in cui cresce l'economia l'uomo debba morire. La scienza ha perduto tutta la propria carica di ricerca gratuita e sempre più si è finalizzata ai poteri dominanti. Sta crescendo un uomo-mostro che mangia i propri figli e spegne sul nascere ogni alito di futuro. E non è neanche possibile andare alla ricerca del grande fratello perché dietro alle scrivanie dei potenti si scorgono soltanto delle sedie vuote. Uscire per strada, abbracciare un albero e domandargli scusa! Resta forse solo la poesia, questa capacità che l'uomo si porta dentro e che gli permette di guardare oltre, di vedere oltre al muro spesso del reale per elevarsi a contemplare la speranza. La poesia di chi ormai sa dì dover fare affidamento solo sulle doti nascoste delle coscienze, che - in fondo è questa la scommessa che ci permette di vivere - sono capaci dì vincere l'invincibile e ridare all'uomo la verginità perduta.
Resta la poesia che è guardare in faccia ad ogni persona che si incontra per strada per scoprire ogni anelito di speranza e tutta la cocciutaggine di vivere. La poesia che ha ancora un sogno davanti agli occhi, la poesia che diventa rifiuto, obiezione, capacità di saper dire "Sì", dicendo "No". E resta alla Chiesa, nella sua difficile missione in questo scorcio di secolo, la parola nuda del vangelo. Non serve a nulla all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso. Non serve riempire i granai perché la morte incombe. Resta alla Chiesa, ad ogni credente la necessità di mettersi in viaggio per incontrare tutti e richiamare con la stoltezza della Parola ai valori fondamentali. Abbiamo venduto la nostra primogenitura per un piatto di lenticchie. Poi le lenticchie si sono dimostrate radioattive; poi per tenercele abbiamo fabbricato gli eserciti; poi per difenderle abbiamo costruito armi; poi per costruire le armi abbiamo ucciso e continuiamo ad uccidere.
Il mondo ne è uscito sconvolto, la vita ne sta uscendo sconfitta. Fuori piovono le piogge acide che annientano la vita. Come fare ad essere testimoni di colui che è venuto a donare la vita e donarla in abbondanza? Non certo usando le sottili diplomazie di questo mondo, né accondiscendendo alla logica dei potenti. Non certo scendendo ai compromessi che uccidono, ma annunziando con timore e tremore il giorno che viene. Forse la speranza, come ai tempi dell'apostolo Giovanni, di fronte a Babilonia ha bisogno di rileggere l'apocalisse. Dietro tuttavia resta sempre la poesia, che poi è vita, che è soffio di speranza. Non servono ormai più le mediazioni. Uscirò di casa. Abbraccerò il primo albero e gli domanderò scusa
da "Missione Oggi", Giugno 1986
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