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E' ben altro la sicurezza
da "La Rinascita"
Non è certo una bella notizia quella che proviene dalla Corea del Nord.
Il ministero degli esteri ha annunciato infatti che il paese sta fabbricando armi nucleari per far fronte alla politica imperiale degli Stati Uniti. Precisando che queste armi resteranno nei propri arsenali come elemento deterrente di fronte a qualsiasi tentativo di invasione. Nel contempo il governo di Pyongyang ha sospeso a tempo indeterminato la propria partecipazione ai negoziati multilaterali per il disarmo. Per ora si tratta soltanto di un annuncio, fatto, pensano gli esperti, per pesare di più al tavolo dei negoziati e per bloccare preventivamente ogni possibile escalation americana contro il paese, messo da Bush nella lista nera.
E' comunque un segnale preoccupante che aggiunge insicurezza a insicurezza nei rapporti internazionali, dopo l'11 settembre, la guerra in Afghanistan e la guerra in Iraq. La politica imperiale portata avanti dagli Stati Uniti, lungi dall'aver messo ordine nel mondo, ha creato maggiore insicurezza e ha dato vita a nuovi muri e a nuove inimicizie. La legge muscolare del più forte è infatti incapace di creare consenso. Non fa amici, al massimo crea dei sottomessi. Divide il mondo in vincitori e vinti e spinge coloro che, a torto o a ragione, non vogliono adeguarsi, ad armarsi a loro volta. In una corsa senza fine. Ne deriva il circolo vizioso della violenza. Quello cioè di chi è costretto ad armarsi sempre di più, per difendersi da nemici che, a loro volta, per difendersi continuano ad armarsi.
L'abbiamo già sperimentata questa situazione, ai tempi della guerra fredda. Quando per "non farsi la guerra" Stati Uniti e Unione Sovietica, Nato e Patto di Varsavia, avevano dato vita ad una corsa insensata ad armi sempre più sofisticate, tali da poter distruggere fino a trenta volte il pianeta. Un situazione di irrazionalità assoluta che fa ripiombare il mondo nell'insicurezza e spinge a sacrificare tutto al Moloc della guerra.
Proviamo a interrogarci: dopo la guerra in Iraq ci sentiamo più o meno sicuri? Siamo più o meno tutelati nei nostri diritti? O non è forse vero che è aumentata la paura e la sfiducia nei confronti degli altri? Ne deriva una sorta di insicurezza endemica che ci porta a rinchiuderci nei nostri circoli, diffidando di tutti gli altri. E a farne le spese sono sempre i più deboli. I più indifesi. Mentre sale il tasso di intolleranza e aumenta la domanda di sicurezza ad ogni costo. Anche rinunciando alle conquiste dello stato di diritto. Le polemiche di questi giorni ne sono un chiaro segnale. Vengono messi alla berlina i magistrati che, seguendo l'ordinamento legislativo, fanno distinzione tra terrorismo e lotta di resistenza.
Oppure, in una smania quasi forcaiola, ritorna la domanda di un modello carcerario che rinchiuda per sempre chi ha sbagliato, senza nessuna possibilità di redenzione. Tutto questo per tenere in piedi un modello di società che ogni giorno condanna miliardi di persone alla fame, alla sete, alle malattie. Noi continuiamo, sotto le ali protettrici del grande impero americano, a cercare di vivere. Adattandoci a tutto. Anche a mettere in discussione lo stato di diritto.
Che tutto questo comporti, fra l'altro anche la presenza di un centinaio (o forse più) ordigni nucleari nelle basi americane presenti nel nostro paese, fa parte del gioco. L'articolo 11 della costituzione può attendere. Per ora importante è che zingari, musulmani e delinquenti vari vadano in galera e ci restino.
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