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Disobbedienza creativa

 

La crisi (non solo economica, ma soprattutto culturale) che attraversa il nostro tempo do­manda il rischio del nuovo. Non siamo più in un mondo di sicurezze, ma tutto deve essere rimesso in questione, perché le risposte che fino a ieri venivano date ai problemi oggi si rivelano incapaci di dare soluzioni vivibili. E l'epoca del "crinale apocalittico" (La Pira) che domanda un balzo in avanti dell'umanità. Tante volte abbiamo detto su queste pagine che sono svanite le planimetrie culturali, che mancano segna­letiche sicure e che bisogna mettersi tutti insieme per inventare nuove forme di convivenza: una nuova politica, una nuova economia e - in fondo - un uomo nuovo. Noi - come tutti - non abbiamo solu­zioni e sappiamo di non avere verità in tasca. Ma di una cosa siamo certi: i vecchi schemi economici, politici, culturali e - forse - antropologici ci stanno portando dritti dritti verso la catastrofe per cui è necessario correre il rischio di inventarne di nuovi. I problemi non sono semplici e non sono sufficienti soluzioni tecniche. Basti un esempio a provare quest'affermazione: se anche raggiungessimo il freeze nucleare e convenzionale negli arma­menti, se anche riducessimo l'80% di tutte le armi, se anche le distruggessimo tutte, dovremmo ugualmente convivere con la possibilità di ricominciare da capo. C'è bisogno di una vera e propria mutazione antropologica. È sempre più vero ciò che affermava Albert Einstein: "la liberazione della potenza dell'atomo ha cambiato tutto tranne il nostro modo di pensare; e così andiamo alla deriva verso una catastrofe senza precedenti".

Si fa chiaro allora - ed è questa una delle caratteristiche più stupende ma anche più tremende del nostro tempo - che il futuro è nelle mani dell'uomo. Se fino a ieri esso poteva essere il frutto di tante cause esterne all'uomo, oggi va sempre più diventando il risultato preci­so delle sue scelte: "per la prima volta nella storia, l'avvenire sta diventando il prodotto tipico dell'uomo". Noi siamo responsabili, con le scelte che facciamo o non facciamo (ma non scegliere è già scegliere) della vita dei nostri figli, del futuro del mondo. Anzi, con la contrazione del tempo che stiamo vivendo, potremmo dire che siamo noi i successori di noi stessi: "non possiamo consolarci di errori o insuccessi dicendo: a questo problema penserà la prossima generazione. L'orizzonte futuro è troppo vicino e noi stessi abbiamo la impressione di andare a urtarci contro ad ogni istante, senza spazi per vaghe speranze" (3).

È una responsabilità che ci pone dinanzi alle generazioni future e che non permette alcuna distrazione: "bisogna reinventare la politica; reinventare il mondo... ma l'estinzione non starà ad aspettare che noi reinventiamo il mondo. L'evoluzione ci ha prodotto con lentezza; l'estinzione ci può portar via con estrema rapidità: ci sarà addosso prima che facciamo in tempo ad accorgercene-ne, alla lettera. Noi dobbiamo opporre rapidità a rapidità. Tutto ciò che facciamo e tutto ciò che siamo è in pericolo, e il pericolo è immediato, irrimandabile: dunque, ognuno di noi è la persona giusta per agire e ogni momento è il mo­mento giusto per cominciare, a partire da questo momento stesso". Issiamo allora davanti ad un impegno a lungo termine, ma anche urgente. Un impegno che coinvolge tutti, nessu­no escluso, che domanda fantasia, dialogo, creatività, rischio. Purtroppo, per vivere siamo spesso tentati di cacciare i problemi fuori di casa, rifugiandoci nella nostra vita di sempre ed esimendoci dall'imperativo di pensare, di progetta­re, di sentirci responsabili.

Di fronte ai drammi del mondo, nessuno può mettere fuori dalla porta di casa il cartello con su scritto: non disturbare. È un richiamo a recuperare la nostra soggettività, a fare tutto il possibile - e anche l'impossibile - perché il mondo sia una casa abitabile per tutti. E la sfida della speranza che, come abbiamo detto più volte, è "la decisione militante di vi­vere con la certezza che noi non abbiamo esplorato tutti i possibili se non tentiamo l'impossibile". Ma a questo punto nascono i proble­mi: come riuscire a fare in modo che la nostra voce e il nostro impegno trovino spazio, diventino progetto politico e sociale? Spesso durante questi anni abbiamo dovuto constatare che il compito di fare la storia sembra diventato monopoliolio esclusivo di qualcuno. Le voci della base, della gente comune, sono parole sepolte a cui chi detiene il potere non permette di fiorire. Due anni fa nel numero speciale sulla speranza difficile di questo nostro tempo abbiamo ospitato una riflessione di Lucio Lombardo Radice.

In essa egli affermava che oggi stiamo assistendo da una parte alla stabilità di dispotismi senza consenso popolare (e citava l'esempio del Cile e della Polonia) e dall'altra all'insensibilità del potere anche nei paesi nei quali esiste libertà di stampa, di organizzazione, di riunione: *i governi parlamentari appoggiati da maggioranze di deputati e senatori eletti dai cittadini si sono sempre più abituati a tenere assai poco in conto le manifestazioni e le aspirazioni dirette dei cittadini e ad arroccarsi, appunto, in parlamenti nei quali si vuole cristallizzare il paese". In questo modo le democrazie muoiono, diventano crisalidi vuote senza contenu­to e senza sostanza. Eppure bisogna pur tentare di uscire da questa situazione: "chi farà questo sforzo di immaginazione? Chi risponderà alla domanda sulla nostra vita e sulla nostra morte? La politica? Avrebbe bisogno di profeti. Non ha che politicanti e partiti. La scienza e i suoi tecnocrati? Avrebbero bisogno di una saggezza e di una riflessione sui fini. E invece si lanciano ancora al seguito degli scheletri imbiancati del positivismo e dello scientismo. Le chiese? Avrebbero bisogno di una fede vivente che diventa fermento e non oppio. Avrebbero bisogno di mistici e di visionari. Non hanno invece che chierici e dogmi". Come fare allora perché le parole se­polte fioriscano? Durante questi anni ab­biamo capito innanzitutto che bisogna uscire dal parlato per cominciare nel concreto a fare qualcosa. È il recupero di quegli spazi di libertà di cui parlavamo sopra per tentare di esperimentare anche nel piccolo il nuovo dentro il vecchio, col coraggio e col rischio di paga­re personalmente le scelte che facciamo.

Si tratta di trovare spazi in cui vivere gli ideali di pace e di giustizia che ci portiamo dentro: "ci dicono che è impossibile la pace; noi troveremo la speranza se sapremo giocare la nostra vita sulla pace. Ci dicono che è impossibile trattarci da fratelli; noi ci sentiremo vivi solo se tratteremo da fratelli tutti quelli che incontriamo per strada, anche se non appartengono al nostro gruppo, al nostro partito o alla nostra chiesa. Ci dicono che chi perdona è un debole; noi ci sentiremo vivi solo se sapremo perdonare fino a settanta volte sette". Ma siamo andati più avanti; abbiamo proposto come uscita dalla situazione di stasi e come risposta al bisogno di far fiorire le parole sepolte, la cultura dell'impertinenza: "non ho mai fatto nul­la per piacerti, o Cesare, e non mi im­porta se sei rosso o nero" (Catullo).
Era il tentativo di uscire dai condizionamenti, di non pagare tributi al Cesare di turno; tributi che rappresentano dignità, volontà politica, partecipazione. Ciò significava anche tentare di chiamare sempre le cose col loro nome. Un esempio può essere esplicativo: tutti dicono che il senatore Spadolini è ministro della difesa. Vivere la cultura dell'impertinenza e chiamare le cose col loro nome comporta dire che Giovanni Spadolini è il commesso viaggiatore che passa da una parte all'altra del globo vendendo armi italiane. Non, quindi, ministro della difesa, ma mercante efficientissimo di armi. Ma a questo punto ci pare di dovere fare un ulteriore passo in avanti. Se impertinenza significava non far nulla per piacere a Cesare, non adattarci a lui, a noi sembra che, di fronte ai drammi di questo mondo, all'urgenza di cambiamento, al bisogno di recupero di valori etici su cui fondare la vita, spesso sia necessario "fare di tutto per dispiacere a Cesare", non riconoscerlo più, disobbedirgli.

Già Don Milani, affrontando il tema della guerra giusta nella lettera ai cappellani militari, affermava che l'obbedienza non è più una virtù. Oggi il mondo sta diventando sempre più piccolo, i problemi, i drammi, le sfide dell'uomo non sono separabili ma sono interdipendenti tra di loro. Le scelte fatte in una parte del globo si ripercuotono su tutto il mondo. È necessario riconoscere allora che di fronte ad un mondo che normalmente si struttura nell'ingiustizia, per partecipare alla costruzione di un futuro più umano spesso bisogna disobbedire, con una disobbedienza creativa che è poi obbedienza vera alle istanze più profonde dell'umanità. Sappiamo bene che tematizzare la disobbedienza è difficile. Non ci sfugge per nulla il pericolo di essere accusati di convivenze anarchiche. Siamo anche consapevoli che il nostro approccio è inevitabilmente unilaterale. I tempi e le situazioni sono talmente complessi che sarebbe mistificatorio compilare ricette semplicistiche, anche se provocatorie e coraggiose. Esiste la necessità di mediazioni storiche, indispensabili per un cammino umano dall'utopico al reale. Chi è impegnato nel campo politico, sociale o ecclesiale conosce bene il peso di dover fare delle scelte concrete, di dover trovare strumenti idonei per dare risposte coerenti ai problemi che si pre­sentano nei diversi momenti e contesti storici.

È il debito che dobbiamo pagare alla limitatezza umana; è il conto che la storia, fatta di persone concrete e di situazioni complesse, frammentarie e interdipendenti, ci presenta. Per cui ogni scelta si fa dramma in quanto non riuscirà mai ad essere globale come si vorrebbe, perfetta come si spererebbe. Ciò che importa è il dialogo, vissuto ad oltranza, nel rispetto e nella stima vicendevole, perché i diversi approcci alla realtà - da quello più profetico, a quello più istituzionale, siano sempre ricondotti nel grande, ma purtroppo mai esplorato solco che ci fa camminare verso il Regno che viene. Di qui la necessità - da noi più volte ribadita - di un confronto continuo e serrato con coloro che operano nelle istituzioni e con le istituzioni stesse. I contributi che si trovano all'interno della rivista serviranno appunto per approfondire e analizzare il problema. Vorremmo tuttavia che questo approfondimento e questa proposta fossero visti non con i nostri occhi di gente che in fondo sta bene, ma con gli occhi di chi paga sulla propria pelle le nostre obbedienze e le nostre complicità. Con gli occhi, cioè, dei neri del Sud Africa al cui governo razzista e dittatoriale l'Italia continua a vendere armi o degli affamati del terzo mondo che sono tali anche a causa delle nostre scelte politiche, economiche e sindacali. Forse cambieremmo prospettiva e vedremmo la realtà in modo completamente diverso. Ci sono valori etici a cui non possiamo non obbedire, pena la nostra dignità di persone umane. Ma spesso obbedire a questi valori significa di fatto andare contro le norme, le convenzioni, la legge.

È una scelta che ci è posta davanti: "bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini" (At. 5, 29). Disobbedire quindi non per il gusto di disobbedire, non per mettersi contro a delle persone, ma per fare esplodere dovunque la vita. Disobbedire a norme e convenzioni che attraversano innanzitutto noi stessi, le nostre abitudini, la nostra mentalità, la nostra tranquillità. Ma disobbedire anche alle intuizioni, ai poteri, alle leggi, alle strutture quando essi non siano rispondenti alla necessità di vita di tutti gli uomini e di tutto l'uomo. Ciò vale anche all'interno della chiesa. I lettori ci scuseranno se, per presentare questo speciale, ci siamo dilungati più del solito. Era importante anche per noi operare una verifica dei passi compiuti fino ad oggi. Come al solito, riaffermiamo che non siamo del tutto sicuri, che conosciamo i problemi e le contraddizioni che sottendono ai tema proposti, ma vogliamo ancora una volta essere coerenti con l'impegno che ci siamo assunti sulla linea di quanto afferma Giovanni Paolo II nell'enciclica Redemptor Hominis: "l'uomo è la prima e fondamentale via della chiesa", tentando di dar eco nel nostro cuore alle aspirazioni, alle gioie, alle sofferenze, alle tristezze e alle angoscie di ogni uomo soprattutto se povero, indifeso e oppresso.

Qualche tempo fa il generale Capuzzo, capo di stato maggiore della difesa, ha affermato che per realizzare una pace vera nella sicurezza occorre "ridimensionare il bisogno di pace" Noi, all'opposto, crediamo che occorra fare esplodere il bisogno di vita, di amore, di gioia, di pace, nel cuore di ogni uomo. Sappiamo che non saremo liberi davvero fino a che non ci sarà libertà per tutti, che non avremmo pace finché ogni uomo non godrà di pace, che non saremo vivi fino a che anche uno solo morirà per causa nostra. Occorre rompere questo cerchio diabolico con quella schiettezza evangelica che ci fa sempre dire "Si, sì; no, no" (Mt 5, 37); con la disponibilità a pagare concretamente per le scelte che facciamo.