eugenio melandi

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Il diritto e i diritti

 

Continuiamo la nostra riflessione sulla solidarietà. Non intesa - si badi bene- come virtù, bensì come dimensione di vita, come "visione del mondo", come punto di partenza per costruire la convivenza.
E' vero: "homo homini lupus", come dicono i fautori della guerra e della competizione ad ogni costo. Me è vero anche che l'uomo può essere "amico" dell'uomo e che nell'amicizia e nell'organizzazione comune è possibile rinvenire le strade per organizzare diversamente la convivenza umana. Un mondo solidale è quel mondo dove "tutti si sentono responsabili di tutto".

Non esiste situazione umana, evento o scelta politica di cui noi non siamo responsabili. Il mondo infatti non si regge soltanto sulle scelte dei politici e dei finanzieri di turno. Si regge invece - e non immaginiamo quanto - su tutte quelle scelte umane che giorno dopo giorno la gente comune vive. Ed è nell'incontro fra le persone che si può ritrovare la via per rendere saggio un mondo in cui davvero "la razionalità genera mostri".
La proposta che ci viene dalla cultura liberista corrente è quella della competizione ad ogni costo, quasi che la parola "competitività" fosse il nuovo "Verbo" del nostro tempo. Si può progredire - dicono i suoi fautori - soltanto mettendosi in competizione l'uno con l'altro, individuo con individuo, gruppo con gruppo, sistema con sistema, in una corsa senza fine a trovare un avversario con cui competere.

Questo porterà ad una maggior dinamizzazione della società e, quindi, alla crescita e allo sviluppo. Due parole mitiche su cui si basa la pazzia del nostro tempo. La "crescita" scriveva già trent'anni fa Roger Garaudi è il nuovo idolo, la nuova religione del nostro tempo a cui non si ha paura neanche di offrire sacrifici umani. Questa religione a i suoi templi e le sue chiese, ha le sue liturgie e i suoi riti. I templi sono le grandi imprese e i templi della finanza. La loro liturgia è la pubblicità con la quale si mette in moto quel rito di salvezza che è il mercato. Una religione che ha anche i suoi codici, le sue leggi. Entriamo qui in un tema scottante, anche perché sappiamo bene l'ambiguità che questo tema può assumere soprattutto nel nostro paese, con le polemiche che attraversano la magistratura nei rapporti con l'esecutivo.

Ma proprio questa polemica può aiutarci a comprendere meglio l'oggetto di questa nostra riflessione. Non è forse vero che l'attuale governo tenta in ogni modo di mettere tra parentesi anche il diritto positivo per poter lasciare "libere le imprese"? Togliere tutti quei "lacci e lacciuoli" che impediscono alle imprese di lavorare. Quasi che il diritto dovesse sottostare in tutto alle imprese, al mercato, al profitto. E' una tendenza alla quale assistiamo sempre di più. Il diritto viene un po' alla volta spostato dalla salvaguardia delle persone, alla salvaguardia delle imprese e del mercato. Diventando così, ancora di più diritto di parte.

Si pensi soltanto alla sbornia delle privatizzazioni o alle leggi del WTO, per avere una chiara coscienza di una tendenza assunta dal legislatore negli anni della globalizzazione. A questo punto si pongono due problemi di fondo. Il primo riguarda il "diritto a disobbedire". Una questione che oggi va molto oltre al dibattito sul diritto all'obiezione di coscienza. Forse oggi il tempo della globalizzazione domanda disobbedienze collettive, l'organizzazione della disobbedienza che questa volta non ha soltanto come fondamento la coscienza, ma anche l'analisi storica e la necessità di prendere le parti della folla di esclusi che questo sistema crea. E' una questione delicata perché disobbedire è una cosa seria e non può diventare né uno sport da praticarsi con troppa facilità, né soltanto come occasione mediatica.

Noi crediamo che in nome della solidarietà si debba con urgenza porre il tema della disobbedienza. In modo serio, sapendo bene di camminare su un sentiero stretto. Più avanti avremo il modo di proporre alcune piste di lavoro su questo tema. Per ora mettiamo nel paniere della nostra ricerca questa questione che non riguarda tanto le leggi cosiddette ingiuste (contro di esse qualsiasi morale anche di carattere tradizionale afferma il diritto-dovere di disobbedire), quanto piuttosto il diritto che è alla base della società escludente di carattere liberista, che sacrifica i cittadini al mercato, che fa della persona soltanto una risorsa, che ipostatizza il mercato e le sue degenerazioni. La seconda questione riguarda invece la costruzione di un "diritto altro" che sia in grado di essere alla base di una società solidale.

Ciò riguarda sia il diritti nazionali che quello internazionale. Qui il discorso si fa difficile perché esige un lavoro enorme dal basso, per trovare il consenso, per rendere politiche le proteste e le rivendicazioni. Domanda che diritti nazionali e diritto internazionale si intersechino in uno scambio continuo e che ponga l'accesso ai beni comuni all'origine di ogni elaborazione giuridica, codificando questi beni come un diritto positivo di ogni persona. Anche questo tema avremo modo di affrontarlo in seguito. Resta poi la grande questione dei limiti del diritto. Si sa bene che il diritto porta in sé due caratteristiche che sono anche due limiti.
Il diritto è generale (la legge è uguale per tutti) per cui difficilmente può rispondere alle singole persone nella loro diversità: perché se è giusto che la legge sia per tutti, è anche vero che siamo tutti diversi. In secondo luogo il diritto codifica una norma e la rende stabile nel tempo. Ciò non dà ragione all'evoluzione storica, ai cambiamenti che il passare del tempo impone.