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Dino Frisullo
C'era sempre Dino, quando si trattava di stare dalla parte di chi non ha parte. C'era sempre. Con la sua cocciutaggine, la sua esperienza, la sua dolcezza, la sua durezza. C'era sempre con la sua fantasia e la sua capacità di andare al nocciolo dei problemi. Senza diplomazie, senza paura. C'era sempre quando si trattava di mettersi insieme a programmare. Ma, soprattutto, c'era sempre quando si trattava di stare con loro: gli immigrati, i kurdi a cui si rifiuta il diritto d'asilo, i più poveri e i più indifesi. Dino si era fatto totalmente uno di loro.
Per questo il suo funerale è stato un arcobaleno. Tante lingue e tanti colori, uniti insieme dallo steso pianto, tutti insieme a condividere gli stessi ricordi. In Kurdistan lo hanno pianto come fosse morto un loro eroe nazionale. Da quando, dopo aver incontrato il dramma di questo popolo, lo aveva assunto come fosse suo, facendosi kurdo con i Kurdi, fino ad affrontare il carcere turco insieme con loro.
Lo hanno pianto e lo piangono gli immigrati di tutta Italia, soprattutto di Roma, perché hanno perduto un punto di riferimento. Uno a cui potersi rivolgere sempre, in ogni momento, sia di giorno che di notte. Lo hanno salutato e rimpianto anche i rappresentanti delle Istituzioni, dal Sindaco al Prefetto, perché non era sfuggito loro che Dino aveva sposato la causa dei più indifesi e che, anche quando rompeva le scatole - e quanto le rompeva - quando organizzava manifestazioni e proteste, quando faceva lo sciopero della fame, non lo faceva mai per se stesso, per avere qualcosa per sé. Ma solo ed esclusivamente per quelli di cui nessuno prendeva le parti. E se si trattava di questi, Dino non aveva paura di niente.
Diventava duro, coriaceo, a volte irritante, cocciuto fino a quando non aveva trovato e speso l'ultima carta. Per sé, nulla. Non aveva soldi. Tutti noi ci domandavamo sempre come facesse a tirare avanti. Aveva 20 metri quadrati in una casa occupata, dove andava pochissimo e che usava piuttosto per aiutare altri in momenti di emergenza. Quante volte ha dormito per terra; o sul tavolo dell'ufficio. Quante volte si è addormentato sopra quel piccolo computer da cui sono usciti centinaia di articoli, di comunicati stampa, di volantini. Era fatto così Dino. La sua vita è costellata di fatti che sembrano la continuazione dei "fioretti di San Francesco".
Da quando, militante di Democrazia Proletaria, veniva da Bari a Roma in bicicletta, per poter usare i soldi del rimborso spese per l'attività tra i lavoratori, fino a quando te lo potevi trovare al mattino, sdraiato davanti alla tua porta di casa a dormire. "Sono arrivato tardi. Non ha suonato per non disturbarti e mi sono messo qui".
Adesso che è morto i ricordi si susseguono ai ricordi. Ci sarà tempo per studiare meglio la sua figura, riprendendo i suoi scritti, le sue riflessioni, i testi di tante conferenze a cui ha partecipato. Perché Dino non era soltanto una persona di movimento. Era anche un fine intellettuale. Acuto nelle analisi, rigoroso e fantasioso nello stesso tempo. Ora è soltanto il tempo di rimpiangerlo, di sentirne la nostalgia, di risuscitarne, almeno per un attimo il ricordo.
Soprattutto, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto e che abbiamo collaborato con lui, è il tempo di rimboccarsi le maniche per continuare, come siamo capaci, il suo impegno. Davanti alla sua bara, suo padre mi ha detto: "Vedi, Dino sorride. Sta irridendo alla morte. Non è vero che sia morto. In lui, la morte è stata sconfitta, perché continua a vivere in quello che è stato e che ha fatto".
Buon viaggio, Dino.
Aspettaci. Arriveremo tutti, prima o dopo. E, ne sono certo, ti troveremo alla porta ad aspettarci, pronto anche a fare carte false, per farci entrare.
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