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Digiuno per la pace

 

Quella di mercoledì 5 marzo si presenta come una giornata storica. E spero proprio che tutti noi ci saremo. Ognuno con la sua fede e le sue convinzioni. A digiunare, come ci chiede il Papa, in occasione di un mercoledì delle ceneri in cui più che mai esperimentiamo che, come dice Gesù nel vangelo, "certi demoni si cacciano solo con il digiuno e la preghiera".

Un digiuno, quello che ci chiede il Papa, che non vuole essere soltanto preghiera e supplica a Dio perché converta i nostri cuori e ci renda donne e uomini di pace. Ma anche un momento di condivisione della sofferenza di tante sorelle e fratelli che in ogni parte del mondo, soprattutto in Africa, non vedono riconosciuto nei fatti il loro diritto all'alimentazione, alla salute, ad una vita degna di questo nome.

C'era un cartello il 15 febbraio, nella grande manifestazione per la pace: "L'unica guerra giusta è quella contro la miseria". E oggi più che mai, mentre si preparano le armi e gli eserciti per una guerra che avrà costi umani altissimi, risuona il monito della Populorum Progressio: "I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell'opulenza". Il digiuno, in più, assume per coloro che vogliono conformare la loro vita alla pratica della nonviolenza, un significato particolare: quello che gli ha dato Gandhi. Come momento di dialogo estremo sia con gli amici che con gli avversari.

Un dialogo che mette in gioco non la vita dell'altro, ma la propria vita, allo scopo di trovare una soluzione umana e duratura ai conflitti. Digiuno, quindi, come penitenza e preghiera, come solidarietà e condivisione, come segno di giustizia che sta alla base della pace, di qualsiasi pace, ma anche come strumento di una politica che, nei momenti di conflitto estremo, piuttosto che attentare alla vita dell'altro, mette in questione la propria stessa vita.
Ho riflettuto a lungo in questi giorni sul protagonismo del papa nella vicenda della guerra annunciata contro l'Iraq. Certo, dietro questa grande attività ci sta il ripudio che la chiesa, nel momento in cui si confronta con il vangelo, è chiamata a scoprire nei confronti di ogni guerra.

Penso però che in questo caso ci sia un altro elemento importante che entra in campo: questa guerra rischia di apparire come un'ulteriore guerra di religione. Proprio per questo ci giunge anche l'invito al digiuno: come risposta religiosa. Come invito a tutti i credenti, di qualsiasi fede, a mettersi insieme, in una sorta di conversione collettiva: mai più guerre in nome di Dio! C'è un filo rosso che lega tutti coloro che in ogni parte del mondo sono scesi e scenderanno per strada: la convinzione che ormai la guerra, qualsiasi guerra, debba essere definitivamente bandita dalla storia. Donne e uomini di qualsiasi condizione e di qualsiasi fede stanno comprendendo che siamo ad un tornante della storia.

E' il tempo del villaggio-mondo in cui siamo chiamati a dialogare, a vivere in solidarietà gli uni con gli altri, a rispettarci nelle differenze e a trovare forme nuove e forse mai esperimentate di economia e di politica che permettano a tutti di sentirsi a casa in questa terra che è data in consegna a tutti.

Sembra calare la sera su questo mondo difficile. Lo stesso Dio sembra tacere, quasi disgustato delle nostre azioni. E' proprio questo il momento in cui abbracciare con più consapevolezza e convinzione la speranza. Spes contra spem.
Anche i piccoli gesti, come quelli di un digiuno, diventeranno talmente forti da cambiare il corso stesso delle cose. Non c'è bisogno del diluvio perché spunti all'orizzonte l'arcobaleno.

Un abbraccio,
Eugenio Melandri