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Cittadini e barbari

 

Da che mondo è mondo è sempre stato così. I gruppi umani, partendo dalle diverse situazioni ambientali in cui vivevano, dalle sfide che ogni giorno dovevano vincere per riuscire a tirare avanti, lungo i secoli sono andati a costruire sistemi di vita, usi ed abitudini che nel loro insieme possono essere definiti con il termine cultura.

Usi ed abitudini cristallizzate che, viste dall'interno del gruppo, contraddistinguevano il gruppo stesso, rappresentavano la civiltà.
Gli altri, quelli di gruppi diversi, che avevano cristallizzato altre consuetudini, erano irrimediabilmente barbari, senza cultura, senza civiltà. Eppure, nonostante questa idea ricorrente, la storia dimostra che sono stati spesso quelli ritenuti "barbari" a divenire strumenti per il rinnovamento, il cambiamento.

Quando una civiltà è entrata in crisi, spesso sono stati i barbari a salvarla, a farla ripartire, a ridarle lustro e slancio. E' successo così, ad esempio, con l'impero romano. Ormai fiaccato e corrotto, vecchio e incapace di comprendersi, è stato rinnovato e ringiovanito con l'arrivo dei barbari che venivano dal Nord.
Certo, si è sempre trattato di cambiamenti difficili, complessi.
Spesso avvenuti anche in maniera traumatica. La storia va avanti infatti non regolarmente, ma spesso per strappi, con momenti di velocità e momenti di stagnazione, lasciando inevitabilmente sul campo le vittime del cambiamento.

Potremmo dire che è un ritornello storico la dialettica sociale tra conservatori e progressisti. Tra quelli che sostengono il cambiamento e quelli che sostengono la tradizione. Niente di nuovo, quindi, nell'atteggiamento di difesa nei confronti degli altri, di coloro che non si conoscono o, peggio, nei confronti di chi, per pregiudizio, viene ritenuto meno civile, meno sviluppato.
Lo sostiene l'antropologo Levi Strauss. Il circolo della propria cultura è infatti il luogo della sicurezza. Tutti i gesti e gli atteggiamenti vengono istintivamente compresi. I codici di linguaggio e di comportamento sono simili e facilmente decifrabili.

Ognuno si ritrova nei comportamenti degli altri, mentre le azioni ritenute sbagliate vengono punite. Il problema subentra quando un elemento estraneo, un barbaro appunto, entra nel circolo. Saltano immediatamente tutti i codici comportamentali, mentre il gruppo è inevitabilmente costretto o a respingere l'elemento ritenuto estraneo o a modificare i propri codici in funzione dell'accoglienza e dell'integrazione del diverso.

Forse dovremmo partire da questi dati per ricomprendere anche la storia dei rapporti tra la nostra civiltà europea occidentale e i popoli di culture altre.
L'Europa ha sempre creduto di essere la culla della civiltà. Di avere, unica tra le esperienze culturali diverse, la pietra filosofale che le permetteva di giudicare tutti gli altri dei barbari.

Fino ad arrivare a domandarsi se un Indio avesse o no l'anima; oppure fino a giungere alle vette di crimine raggiunti dalla tratta degli schiavi e dalle peggiori forme di colonialismo in Africa, dove agli africani non veniva riconosciuta neanche la dignità umana.
Una convinzione che si è sempre più solidificata, divenendo pensiero comune. Anche perché l'Europa, nel suo dialogo culturale con i popoli di altri continenti, si è sempre presentata agli appuntamenti non portando soltanto le proprie convinzioni e le proprie consuetudini da mettere in relazione con quelle degli altri, ma armata di fucili, di polvere da sparo, di forza.

E ha creduto che la vittoria ottenuta con la forza altro non fosse che il segno della sua superiorità culturale. E ciò l'ha contrabbandato in tanti modi. Innanzitutto con le armi. Poi, finito il tempo della colonia, anche attraverso la politica della cooperazione e degli aiuti.
Gli altri erano (e sono) poveri) non perché lungo la storia erano stati (e sono) derubati di tutto, ma perché non avevano (e non hanno) gli strumenti culturali per svilupparsi.
Ecco la parola magica: sviluppo. L'Europa sviluppata si proponeva (e si propone) come modello da raggiungere. Il termine sviluppo diveniva così il motivo per "occidentalizzare il mondo", per contrabbandare la nostra superiorità.

E' vero che molta acqua è passata sotto i ponti e che un po' alla volta, sia attraverso la conoscenza diretta, sia attraverso una riflessione culturale, questa presunta superiorità è stata messa in crisi. Ma resta comunque una sorta di ambiguità nell'atteggiamento occidentale.
Da una parte si riconosce la dignità di ogni cultura. Dall'altra nei comportamenti si agisce come se l'unica civiltà fosse quella europea.


L'irruzione del barbari

Poi tutto d'un tratto il mondo è cambiato. I sistemi di comunicazione hanno creato quello che sempre Levi Strauss chiama "il villaggio globale". Popoli prima lontani si sono avvicinati.

Le distanze sono diventate sempre più relative, attraverso il mezzo televisivo si è giunti a poter assistere "de visu" a fatti ed eventi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza. Si pensi soltanto alla differenza abissale esistente fra la realtà odierna e quella del primo dopoguerra.
Le distanze allora erano infinite. Andare lontano da casa significava partire per viaggi lunghissimi, senza o quasi possibilità di ritorno. Oggi il sistema delle comunicazioni è tale che, attraverso computer e telefonini, si può interagire direttamente con qualsiasi realtà del mondo. Il mondo è diventato più piccolo e ogni gruppo culturale, anche se volesse restare chiuso in se stesso, è costretto a incontrare gli altri e ad interagire tra loro.

In altre parole, se fino a ieri gruppi culturali diversi vivevano in territori propri con la possibilità di difendersi dall'irruzione degli altri, oggi gli altri irrompono di fatto, anche senza invadere il territorio, e si manifestano con le loro diversità.
E qui tornano a galla tutti i vecchi pregiudizi. Ritorna la distinzione tra civile, (non più inteso come abitante della civis, ma come portatore di civiltà) e barbaro. Un esempio. Durante i campionati mondiali di calcio, in un dibattito televisivo a seguito dell'esclusione dell'Italia, ho sentito un autorevole sportivo parlare dei coreani come "incivili" perchè mangiano cibo con tanto aglio e puzzano. Così come per tanti è barbaro chi mangia carne di cane.

A loro volta gli indiani rabbrividiscono di noi che mangiamo carne di mucca. Se poi, come sta avvenendo in questi anni, la vicinanza e la mescolanza delle diverse culture avviene non soltanto attraverso i mezzi di comunicazione, ma direttamente, attraverso il fenomeno dell'immigrazione, allora diventa urgente trovare forme nuove di convivenza e di integrazione.
Si tratta per il nostro paese di un fenomeno relativamente nuovo e, proprio per questo, ancora difficile da gestire. Non è necessario scendere a ulteriori specificazione per capire che si tratta di un fenomeno caldo e sentito dalla popolazione.

Di più. La stessa legislazione inevitabilmente deve essere rivista. Si pensi solo ai rapporti tra stato e religioni diverse. Quanta strada si deve fare per passare dalla mentalità tipica di un paese ad una sola religione, come era l'Italia fino a poco tempo fa, ad una mentalità (e ad una oprassi e ad una legislazione) che preveda la compresenza sullo stesso territorio di religioni diverse. E' un cammino che tutti, nessuno escluso, siamo chiamati a fare. Rivedendo abitudini, aggiornando i codici linguistici e comunicativi, accettando le diversità e cercando di comporle nel mosaico della convivenza.


Il pensiero unico
Oggi tuttavia sta emergendo un altro scoglio al dialogo tra le culture. Quello del pensiero unico globalizzato che si presenta come pensiero globale, "cattolico", destinato a permeare ogni cultura e ogni tradizione. In una sorta di divaricazione tra la vita di ogni giorno in cui ognuno è libero di vivere seguendo le proprie convinzioni e abitudini e pensiero globale dove le regole sono uguali, perché dettate dai mercati e dalle finanze.

La cultura rischia di divenire una sorta di cimelio folcloristico a cui restare aggrappati per non perdere definitivamente le radici.
Tutto dunque resta aperto in una sfida che oggi nessuno può ignorare. Sapendo che il rispetto e la valorizzazione delle culture altre oggi acquista non soltanto il sapore della nostra capacità di dialogo, ma deve essere anche il punto di partenza per un'alleanza tra coloro che sognano un mondo multicolore, in cui le diversità diventino davvero una ricchezza, contro chi sta contrabbandandoci un mondo grigio, reso colorato solo dalle luci troppo fatue del mercato.
In questo dossier, dopo due pezzi di analisi a cura di Enzo Pace e Rosario Lembo, abbiamo scelto di pubblicare storie di incontro felice fra persone e gruppi di origine diversa. Ogni tanto è bene partire anche dal bicchiere mezzo pieno.