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C'è anche il Darfur

da "Il Mattino", 29 maggio 2004

Da mercoledì scorso la più lunga guerra civile africana è formalmente finita. Oltre due milioni di morti e sofferenze di ogni tipo sembrano ora lasciare il posto alla ricostruzione e riportare un minimo di speranza fra le popolazioni del Sud Sudan. L'accordo firmato in Kenia tra il vicepresidente del Sudan Alì Osiman Mohamed e il leader dell'SPLA (Sudan People Liberation's army) sembra portare definitivamente alla fine delle ostilità tra il governo islamico di Kartoum e le popolazioni cristiane e animiste del Sud. Il contenuto degli accordi sembra aver trovato un punto di equilibrio accettabile da ambedue le parti. Il governo centrale nei prossimi sei anni darà una forte autonomia al Sud, al termine di questi anni le popolazioni potranno scegliere con un referendum se staccarsi o meno dal Nord. Nel frattempo i proventi petroliferi saranno divisi al 50%, anche se i giacimenti sono quasi tutti al sud.

La legge islamica continuerà ad essere in vigore soltanto al Nord del paese, ad eccezione della capitale, dove i cristiani non saranno tenuti ad osservarla. In più le cariche sia politiche che amministrative verranno divise equamente, come pure il comando dell'esercito. Si tratta, come si vede, di un accordo di compromesso che solo la pratica dirà se sarà davvero in grado di porre fine a un conflitto ormai endemico. Certo è che problemi aperti ne restano tanti. Primo fra tutti quello della legittimazione popolare. Chi da anni segue questo conflitto teme infatti che l'accordo sia più il frutto dell'incontro verticistico di due gruppi dirigenti, che di un vero e proprio processo di riconciliazione popolare. Resta poi apertissimo il tema dell'unità nazionale. Che succederà, ad esempio, fra 6 anni se il referendum sancisse la divisione del paese, quando la maggior parte dei giacimenti petroliferi si trova al Sud? Ma ciò che più sconcerta è che proprio mentre si firma questo accordo che potrebbe essere storico, in Sudan sia esploso con virulenza un altro conflitto parimenti sanguinoso: quello nella regione di Darfur. Si tratta di vecchie ruggini tornate a galla a causa del coinvolgimento del governo in conflitti etnici locali.

Kartoum ha di fatto cambiato la struttura etnica dell'area causando lo scoppio di una serie di conflitti tra le parti. Fino al febbraio dello scorso anno, quando, stanco dei ripetuti assalti delle forze governative, soprattutto da parte degli Janjaweed (uomini a cavallo al soldo del governo centrale), il Fronte di Liberazione del Darfur è insorto. Si è unito ad altri gruppi etnici e ha dato vita all'Esercito di Liberazione del Sudan. Da allora la situazione è peggiorata. Gli uomini a cavallo hanno continuato le loro incursioni, uccidendo violentando bruciando interi villaggi. Questa volta la guerra non ha connotazioni religiose, Il Darfur è abitato infatti da musulmani. E' un conflitto di carattere politico, anche con radici etniche.

Le cifre sono spaventose: 30.000 morti; 800.000 sfollati, le cui condizioni, secondo Medici Senza frontiere, "stanno peggiorando gravemente per mancanza di assistenza"; 110.000 rifugiati in Ciad. Human Rights Watch accusa il governo sudanese di "pulizia etnica e di crimini contro l'umanità", mentre il Segretario delle Nazioni Unite riconosce che "il rischio di genocidio è reale".

Il governo di Kartoum ha cercato di risolvere il conflitto con la forza nei primi mesi di quest'anno, per poi presentare il fatto compiuto alla comunità internazionale. Un tentativo andato a vuoto, anche perché molti ufficiali originari della regione si sono rifiutati di bombardare i villaggi dove abita la loro gente. Fino ad arrivare al rischio di un vero e proprio ammutinamento dell'esercito. Si chiude con una guerra per aprirne un'altra? Non sarebbe certo saggio, anche perché guerra chiama guerra e il fragile accordo siglato in Kenia potrebbe soccombere proprio nel Darfur.