eugenio melandi

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CONTAMINARSI
per scoprire la ricchezza delle differenze

L'Europa ha sempre creduto di essere la culla della civiltà. Di avere, unica tra le esperienze culturali diverse, la pietra filosofale che le permetteva di giudicare tutti gli altri dei barbari. Fino ad arrivare a domandarsi se un Indio avesse o no l'anima; oppure fino a giungere alle vette di crimine raggiunte dalla tratta degli schiavi e dalle peggiori forme di colonialismo in Africa, dove agli africani non veniva riconosciuta neanche la dignità umana. Una convinzione che si è sempre più solidificata, divenendo pensiero comune. Anche perché l'Europa, nel suo dialogo culturale con i popoli di altri continenti, si è sempre presentata agli appuntamenti non portando soltanto le proprie convinzioni e le proprie consuetudini da mettere in relazione con quelle degli altri, ma armata di fucili, di polvere da sparo, di forza. E ha creduto che la vittoria ottenuta con la forza altro non fosse che il segno della sua superiorità culturale.

Oggi l'Europa è terra di immigrazione, dove arrivano persone e gruppi provenienti da diverse parti del mondo, portatori di culture, di tradizioni e di religioni altre da quelle con cui siamo sempre stati abituati a convivere. Di qui la sfida della contaminazione, che significa non chiudersi all'interno del proprio gruppo, ma accettare di mettere in gioco la propria cultura con quelle degli altri. Trovare i luoghi di incontro e di dialogo, certo, ma anche farsi trasformare da esse. Si tratta di una sfida difficile perchè significa dover mettere in gioco valori che fino a ieri si ritenevano unici, sacri ed inviolabili.

Eppure l'unico modo per mantenere viva la propria cultura è metterla in gioco, accettando che anche chi e ciò che fino a ieri veniva ritenuto barbaro possa esprimersi. Anche in vista di trovare una sintesi in avanti, che pur rispettando le diversità culturali e le origini di ciascuno, sia in grado anche di rinvenire valori nuovi o di rinnovare o reinterpretare quelli vecchi. In questo contesto le differenze diventano ricchezza e possono essere capaci non solo di convivere, ma anche di superarsi in sintesi sempre nuove.

"Le culture vivono nella storia, muoiono, si sviluppano, si mescolano. In particolare la storia europea è una storia di commistione infinita, una specie di pentolone ribollente di culture che si incontrano, di lingue, di ceppi diversi. Tra le lingue europee lo scambio linguistico è frequente, e diventano ridicoli quelli che vogliono che la lingua non sia inquinata. A differenza del termine 'etnia' il termine 'cultura' ci consente di capire chi siamo, all'interno dei grandi flussi, degli strumenti di comunicazione reciproca che sono le culture. La cultura, i comportamenti, la lingua, gli atteggiamenti, i pregiudizi, le caratteristiche, sono tutte cose assolutamente modificabili. La cultura è un fenomeno dinamico, non è fisso come l'etnia. Per questo a me piace molto quando si dice 'societá multiculturale', e non lo sopporto quando si dice 'società multirazziale', perchè multiculturale vuol dire flessibile, che può ospitare varie culture, che mi offre tanti approcci per leggere la realtà. Io odio qualsiasi approccio monoteista alla lettura della realtà, perchè allora già, essendo una donna, non esisto. Vorrei che almeno ci sia il due, so che se dall'uno passo al due posso passare anche al molteplice, se sono due possono essere anche tre o venticinque le culture ospitate...
La Padania non esiste, non esiste una cultura della Padania. Tra un piemontese e un veneto c'è quasi la stessa distanza che tra un veneto e un napoletano, dal punto di vista culturale, cioè per quanto riguarda i comportamenti, gli atteggiamenti, i valori sociali diffusi" (Lidia Menapace)

"Le politiche comunitarie in tema di immigrazione e asilo tendono ad armonizzarsi ma solo sul versante della lotta contro l'ingresso e la presenza 'illegali': un'autentica ossessione dell'Europa unita che la induce a sacrificare la salvaguardia di diritti umani fondamentali sull'altare della chiusura delle frontiere e di dispositivi repressivi che non fanno altro che alimentare irregolarità, precarietà, esposizione dei migranti alla xenofobia, alle discriminazioni, al massimo sfruttamento. Come non si stanca di ripetere Etienne Balibar, non è possibile immaginare la costruzione di un'Europa davvero democratica in presenza di un apartheid di fatto: più di tredici milioni di residenti non-cittadini, esclusi dalle cittadinanze nazionali e dalla cittadinanza europea sancita da Maastricht, da Amsterdam e dalla Carta europea, privi di diritti o con diritti differenziati, costituiscono un apartheid in senso proprio. La battaglia per una nuova cittadinanza ha certamente un valore strategico. E tuttavia sarebbe pura utopia se non si misurasse subito con i drammi che qui e ora vivono coloro che tentano di violare l'Europa-fortezza: le ecatombi in mare e le espulsioni collettive; il diniego del permesso di soggiorno e il rifiuto dell'asilo perfino a chi fugge da terribili situazioni di persecuzione, di conflitto, di guerra civile; i centri di detenzione per sans-papiers e richiedenti asilo, veri e propri campi nei quali in tutta Europa sono internate persone che non hanno commesso alcun reato. Se un'altra Europa è possibile, essa non potrà che essere aperta, inclusiva, 'meticcia', rispettosa dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto universale, sancito da patti e convenzioni internazionali, a lasciare il proprio paese per un altro" (Anna Maria Rivera)