la difficile transizione nella Repubblica Democratica del Congo

rdcongo.gifHa il sapore di un miracolo ciò che sta avvenendo in queste settimane nella re­pubblica Democratica del Congo. Un miracolo diffi­cile e duro da conquistare. Ma pur sem­pre di un miracolo si tratta.Un paese che è passato dalla colonizzazione dura dei belgi, ad una indipendenza, soltanto formale, gestita dal Colonnello Mobutu - il dittatore voluto dall’occidente, che aveva paura della piega che avevano assunto le cose con la guida di Patrick Lumumba, assassinato dai sevizi segreti occidentali - il quale ha retto il paese per circa trent’anni.

Anni di corruzione e di dittatura. Dove gli avversari politici venivano o imprigionati o ammazzati, dove le grandi ricchezze del paese finivano nelle mani del dittatore e dei suoi familiari. Trent’anni che hanno visto questo paese così ricco, sfruttato e oppresso da una nomenclatura che non aveva nulla da invidiare alle peggiori for­me di comunismo.

Nessuna opera pubblica: le uniche stra­de sono rimaste quelle del tempo della colonia, completamente andate in rovi­na. Nessun servizio sociale. Neanche i militari, i poliziotti e gli insegnanti venivano pagati, dovendosi rifare così, per poter vivere, sulla pelle della gente. Nessuna, o quasi, possibilità di comu­nicazioni. In trent’anni, Mobutu non ha neanche fatto una rete telefonica nel paese. Eppure la gente aveva continuato a vivere e a credere nel sogno di un paese libero e unito. Prima della caduta di Mobutu, c’era­no stati momenti importanti di richiesta di democrazia. Dalle manifestazioni degli studenti, soffocate nel sangue a Lumum­bashi, fino alla costituzione dell’Assemblea nazionale sovrana.

Quelli furono momenti di grande speranza, in cui tutto il popolo congolese pensò di potersi disfare del dit­tatore e iniziare una nuova via per il paese. Furono gli anni in cui Mobutu fu costretto a prendersi, come capo del governo, Etien­ne Thisekedi, una persona nuova, con una credibilità internazionale. Ma anche l’Assemblea sovrana non otten­ne nulla. Abile e furbo, Mobutu riuscì a continuare la sua strada e a far cadere nel nulla le raccomandazioni e le decisioni prese. Riprendeva la solita routine.
Thsi­sekedi doveva abbandonare il governo e tutto restava invariato. Intanto, nella regione era scoppiata la cri­si ruandese. La caduta di Habyarimana, prima costretto a trattare con l’esercito dei ribelli proveniente dal Ruanda, poi la sua morte nel viaggio di ritorno da Arusha dove si era tenuta la conferenza per la pa­cificazione, avevano creato una situazione di tensione in tutto il paese, che sarebbe poi sfociata nel “genocidio” in cui circa ottocento mila persone (Tutsi e Hutu mo­derati) persero la vita. Oltre un milione di persone prese allora la strada dell’esilio verso i paesi vicini: Uganda, Burundi, Tan­zania e, soprattutto, Congo. Nel 1994, con la giustificazione di garan­tire la propria sicurezza dai profughi alle frontiere del paese, il governo ruandese decide di entrare in Congo, esattamen­te nel Kivu. Comincia una guerra senza fine. L’esercito ruandese, con l’appoggio di quello ugandese, trovano la strada facile. I militari di Mobutu, non pagati e non mo­tivati, fuggono razziando tutto quello che trovano nelle case della gente. Probabilmente l’esercito ruandese non si aspettava di trovare la strada tanto aperta. Decide allora di continuare. Chiama dal­l’Uganda, dove commerciava oro, Laurent Desiré Kabila e gli chiede di mettersi a capo delle truppe per conquistare Kinsha­sa e abbattere il regime di Mobutu. Nel 1997 Kabila entra a Kinshasa e si insedia come nuovo presidente del paese che, da Zaire, torna a chiamarsi Congo. Ma la situazione non si calma. Mobutu, co­stretto a fuggire, morirà pochi mesi dopo a Rabat, in Marocco. La guerra ha creato centinaia di migliaia di vittime, prima di tutto fra i rifugiati dal Ruanda che, sotto la pressione dell’esercito, sono costretti a scappare nella foresta. Molti muoiono lungo il viaggio, altri, pochi, arriveranno a compiere a piedi migliaia di chilometri per fuggire. Kabila, giunto al potere con l’aiuto de­terminante dell’esercito ruandese, sa bene che non sarà mai un presidente vero se non si libererà dalla tutela dei ruandesi. Decide, quindi, il rimpatrio di tutti i militari ruandesi. A questa decisione, un gruppo di Baniamulenge (ruandesi da tempo in Congo), lancia un movimento di ribellione nel Kivu. Parte così, nell’agosto 1998 la seconda guerra. Questa volta vi entrano a far parte diver­si paesi: da una parte Ruanda, Uganda e Burundi, dall’altra, con Kabila, Angola, Zimbabwe e Namibia. Tanto che questo conflitto verrà classificato come prima guerra mondiale d’Africa. Si stima che questa guerra abbia provocato oltre quattro milioni di vittime. Il 16 gennaio del 2001, in un complot­to di palazzo sul quale non è mai sta­ta fatta piena luce, viene assassinato Kabila e il suo posto viene preso dal figlio Joseph. Il nuovo presidente si impegna a porta­re avanti il processo di pacificazione, prima attraverso gli accordi di Lusaka, poi firmando l’accordo di Cape Town, con il quale inizia il processo di transi­zione alla pace e alle elezioni. Quello di Cape Town è senz’altro un ac­cordo non soddisfacente, in quanto crea un ufficio di presidenza composto dai capi delle fazioni combattenti, i quali, di fatto vengono premiati, mentre vengono esclusi altri gruppi politici, che non ave­vano partecipato alla guerra. E’ fondamentalmente questo il motivo che ha spinto Thzisekedi a prendere distanza da questo processo, creando una situazione di tensione nel paese, che aveva sempre visto questo anziano leader di governo come alternativa al dittatore Mobutu. Intanto, sempre seguendo lo stesso me­todo spartitorio, veniva nominato un parlamento transitorio, che avrebbe do­vuto fare una nuova costituzione e pre­parare il regolamento per le elezioni. Oggi siamo ormai alla vigilia del voto. La costituzione è stata approvata da un referendum che ha visto una straordi­naria partecipazione popolare. Si tenga conto che le vie di comunicazione sono quasi inesistenti e che il Congo ha una superficie che è pari a quella di tutta l’Europa occidentale. Eppure, migliaia di persone della società civile si sono attivate per andare nei villaggi più sper­duti a presentare le votazioni a una po­polazione che non aveva mai votato. Sono stati due anni di intensa prepa­razione, che hanno messo in evidenza che, al di là dei signori della guerra, la gente vuole la pace e la democrazia in questo grande e ricchissimo paese. Ora si aspettano con fiducia, ma anche con un certo timore, le elezioni. Nella capitale e in varie parti del paese conti­nuano a sussistere tensioni. Alcune do­vute al fatto che i signori della guerra, forse escluso Joseph Kabila, candidato alla Presidenza, temendo di non esse­re votati e di perdere la loro rendita di posizione, cercano di boicottare il pro­cesso elettorale. Altre tensioni, invece, le sta creando il partito dell’ex primo ministro Thzisekedi il quale, visto il successo del referendum, ora avrebbe deciso di candidarsi alle elezioni, dopo aver invitato i sostenitori del suo parti­to a non iscriversi alle liste elettorali. Ha allora chiesto che si riaprissero le iscrizioni. Ma, la commissione eletto­rale, pur accettando la candidatura del­l’ex primo ministro, non ha accettato di riaprire le iscrizioni alle liste. Di qui la tensione. Ma la gente di questo paese è ormai abituata a resistere. Saprà con la sua tipica sapienza superare anche queste difficoltà. Ha troppa voglia di pace e di democrazia. Vuole finalmente contare. Certo le elezioni non risolveranno tut­to. Continuerà la corsa allo sfruttamen­to delle enormi ricchezze del paese. Ma piano piano, passando per gli interstizi e percorrendo vie spesso tortuose, an­che qui, arriverà la pace. Se la merita proprio questo popolo!

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